Nonna Amelia

1: La trisnonna

Una folla, piccola, fuori del portone di quel fabbricato popolare si è radunata; è fatta tutta di parenti stretti (quel) un vociare sommesso è il mormorio di nipoti e pronipoti, come me.

Un lutto grande sproporzionato per quella piccola donna.

Sarà l’ultima volta che entro in quella casa.

Nonna Amelia è adagiata in una bara, è stato necessario spostare il suo letto in un’altra stanza; sono venuti quelli dell’impresa funebre e hanno pensato a tutto.

Quattro, i ceri accesi intorno alla bara per illuminare la veglia.

Rimango distante, preferisco stare nelle stanze adiacenti a quella funebre.

Nella cucina il tavolo è sempre lo stesso, il piano di marmo sostenuto da pesanti zampe di legno bianco.

Mi alzo e mi avvicino ad una di quelle grandi finestre, mi siedo su uno di quei panchetti che nonna Amelia teneva proprio sotto i davanzali interni e che le servivano per aiutarsi a chiudere le persiane e a stendere i panni ad asciugare.

Lo facevo anche quand’ero piccola, anzi lo facevamo tutti, noi ragazzini. Un’attrazione che, talvolta, creava attrito se ci trovavamo in gruppo; inutile dire che, in quel caso, si sedeva il più grande del gruppo mentre gli altri si immusonivano , posizionandosi vicino ai genitori imbronciati e con le braccia serrate.

Non è la prima volta che ho a che fare con la morte.

Mi avvicino a quella piccola donna, la guardo e la sento, sento ancora la sua voce intonare canzoni popolari: “Son l’ovaiola e porto l’ova fresche…….

I capelli, candidi, sono tirati all’indietro, sostenuti e raccolti da forcine, il resto del corpo nascosto dalla sua cappina scura s’indovina male, un corpo sformato dalla moltissime gravidanze, s’indovinano i seni che appoggiano al ventre.

E le mani fuori dalle tasche. Questa cosa mi fa strano: lei riponeva sempre le mani in tasca.

Gli occhi sono entrambi chiusi, ma non entrambi pieni, adesso non le serve più mettere l’occhio di vetro.

Devo confessare che, in realtà, quel movimento rapidissimo e improvviso con il quale rimetteva l’occhio (finto) al suo posto, spaventava ogni volta non poco la mia anima di bambina e, nello stesso tempo, colorava la vecchina di capacità magiche.

Ilidia Comparini – La strega vera

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Ottima musica

“Ottima musica” mi dissi, entrando in quel locale fuori mano, ma muovendo la testa e ispezionando l’ambiente con gli occhi scoprii che non c’era neanche un posto libero.

Rimasi così, immobile e rigido per qualche minuto in piedi in mezzo ai tavoli, obbligato a spostarmi per far passare al volo il cameriere con un vassoio, quasi sempre in bilico, zeppo di bicchieri, a volte pieni, talvolta vuoti.

Dopo un bel respirone, presi coraggio e mi rivolsi a quella signora con gli occhi buoni che avevo visto seduta al tavolo davanti al palco.

Gli occhi buoni? Eh… si era girata solo per un secondo e i nostri sguardi si erano incrociati per il secondo successivo.

Lei si era voltata in modo lento con la testa, sembrava diffidente, i capelli illuminati avevano preso vita, io avevo incontrato uno sguardo sorridente e pieno.

“Posso sedermi?”

La risposta arrivò sommessa, ma decisa: “Solo se la musica ti fa volare”

Ilidia Comparini – Il tempo è come noi: imbecille