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Nonna Amelia

2: Nonno Gaetano. L’amore

Considerata la mia condizione di “nanitudine”, essendo bambina, Nonno Gaetano appariva enorme, così me lo presenta il ricordo di quand’ero piccola, con un naso particolarmente pronunciato e “gobbuto” che, a detta sua, era il “timbro di famiglia”.

Eh già! Si notava bene la differenza di corporatura fra i due: lui, alto imponente, con la schiena dritta come un fuso e con lo sguardo fermo che sembrava voler dire di possedere la ricetta del buon vivere nel mondo; lei, invece, di piccola statura, sembrava indifesa, bisognosa di protezione ma, al contrario, dimostrava spesso, proprio al suo uomo, un carattere fermo e determinato

Gaetano, che “del mare è buono tutto, anche uno scoglio bollito”, se l’era presa come seconda moglie dopo che, vedovo, era giunto in questa cittadina dalle campagne circostanti, portandosi appresso la madre e una figlia, nata dal precedente matrimonio.

Era arrivato col barroccio dall’entroterra, dalla città “rivale” ma, sebbene di origini campagnole, amava il salmastro della città che lo ospitava.

Anche Amelia era rimasta sola dopo la morte del marito, con una figlia avuta in età giovanissima, 15 anni.

I due si sposarono.

Verrebbe da credere che sia stata una sistemazione, ma le fitte gravidanze sbugiardano questo pensiero: otto figli vivi ed altri, purtroppo morti, una gravidanza ogni due anni.

Era amore.

Una bottega di frutta e verdura rappresentava la loro fonte di reddito, Gaetano e la madre la portavano avanti.

Amelia, per aiutare l’economia della famiglia, che si stava ingrandendo, si dava da fare in ogni modo, lei la rinomata “cucitrice di bianco”, a cui le signore si rivolgevano per “rifinire” i corredi.

Ilidia Comparini – La strega vera

Nonna Amelia

1: La trisnonna

Una folla, piccola, fuori del portone di quel fabbricato popolare si è radunata; è fatta tutta di parenti stretti (quel) un vociare sommesso è il mormorio di nipoti e pronipoti, come me.

Un lutto grande sproporzionato per quella piccola donna.

Sarà l’ultima volta che entro in quella casa.

Nonna Amelia è adagiata in una bara, è stato necessario spostare il suo letto in un’altra stanza; sono venuti quelli dell’impresa funebre e hanno pensato a tutto.

Quattro, i ceri accesi intorno alla bara per illuminare la veglia.

Rimango distante, preferisco stare nelle stanze adiacenti a quella funebre.

Nella cucina il tavolo è sempre lo stesso, il piano di marmo sostenuto da pesanti zampe di legno bianco.

Mi alzo e mi avvicino ad una di quelle grandi finestre, mi siedo su uno di quei panchetti che nonna Amelia teneva proprio sotto i davanzali interni e che le servivano per aiutarsi a chiudere le persiane e a stendere i panni ad asciugare.

Lo facevo anche quand’ero piccola, anzi lo facevamo tutti, noi ragazzini. Un’attrazione che, talvolta, creava attrito se ci trovavamo in gruppo; inutile dire che, in quel caso, si sedeva il più grande del gruppo mentre gli altri si immusonivano , posizionandosi vicino ai genitori imbronciati e con le braccia serrate.

Non è la prima volta che ho a che fare con la morte.

Mi avvicino a quella piccola donna, la guardo e la sento, sento ancora la sua voce intonare canzoni popolari: “Son l’ovaiola e porto l’ova fresche…….

I capelli, candidi, sono tirati all’indietro, sostenuti e raccolti da forcine, il resto del corpo nascosto dalla sua cappina scura s’indovina male, un corpo sformato dalla moltissime gravidanze, s’indovinano i seni che appoggiano al ventre.

E le mani fuori dalle tasche. Questa cosa mi fa strano: lei riponeva sempre le mani in tasca.

Gli occhi sono entrambi chiusi, ma non entrambi pieni, adesso non le serve più mettere l’occhio di vetro.

Devo confessare che, in realtà, quel movimento rapidissimo e improvviso con il quale rimetteva l’occhio (finto) al suo posto, spaventava ogni volta non poco la mia anima di bambina e, nello stesso tempo, colorava la vecchina di capacità magiche.

Ilidia Comparini – La strega vera