Quest’anno sono finalmente tornata in vacanza in Corsica, ospite della mia cara amica Linda, esperta guida subacquea, una delle migliori fra quelle che operano a Calvi. Non è la prima volta che trascorro le mie vacanze con lei, qui, nella meravigliosa baia di Calvi.
Questa volta abbiamo deciso di viaggiare in treno e, di questo viaggio che potrebbe, all’apparenza, sembrare ovvio e scontato e, talvolta, noioso, racconterò in seguito.
Che bella giornata di sole! Mi sento così bene qui al mare, dove c’è sempre una brezza fresca che mi accarezza la pelle. Mi piace stendermi sugli scogli levigati, che trovo più comodi della sabbia. Il cielo è azzurro e limpido, senza una nuvola. Respiro a pieni polmoni l’aria salata, che mi fa sentire viva. E poi, che fortuna, questa spiaggia è tranquilla e silenziosa, non c’è la folla dei lidi più famosi. Qui posso godermi il mio spazio e la mia pace.

Ora voglio raccontarvi una delle avventure che ho vissuto con Linda e che, ogni volta che ci sediamo a tavola, ci fa ridere come matte. È una storia che si ripete sempre; per dirla ironicamente, è come i peperoni: si ripropone…
Ho pensato di condividerla con voi.
«Sono seduta su una poltrona marrone di similpelle o skai (per dirla elegante?), davanti a una scrivania, in una stanzina di due metri per due, con l’impianto di condizionamento guasto, in un giorno d’agosto che fa parte di una stagione particolarmente calda e infuocata. Credo che, quando mi alzerò da questa dannatissima poltrona, lascerò testimonianza del mio passaggio con la mia pelle lì, lasciata proprio lì, sul sedile di questa dannatissima poltrona.
Il gendarme, al di là della scrivania, sta colpendo i tasti di una tastiera incolpevole con i polpastrelli delle dita, annotando tutto ciò che dico nella memoria di un PC; ogni tanto solleva la testa, posando lo sguardo sul video per controllare ciò che scrive.
Ho già dato le mie generalità; che c’entrano quelle di mio padre e di mia madre? Vabbè, sono in terra straniera.
Straniera in questa terra di vacanza, la Corsica, verde e rigogliosa, aspra e marrone, terra pastorizia, che parla una lingua dolce tanto quanto aridi e scontrosi sono i suoi abitanti.
— Ha notato qualcosa di strano? — La domanda, in francese, è rivolta all’interprete, che non è altri che la mia amica, coprotagonista di quest’episodio estraneo alla mia vacanza.
— Prima o dopo? — sono io che dettaglio.
— Prima e dopo — precisa il gendarme, che continua a non guardarmi e si rivolge a Linda. Faccio lo stesso e rispondo:
— No, nessuna stranezza, se non lo scalpiccio del ghiaino sul vialetto che porta alla casa e l’aver intravisto un’ombra che si allontanava. L’ombra di un ragazzo.
L’interprete traduce fedelmente tutto ciò che dico; si trova alle mie spalle e sembra che giochi con le finestre, aprendole e chiudendole per cercare un po’ d’aria.
— Un enfant?
— No, un ragazzo — e rivolgo lo sguardo a Linda, pregandola di sottolineare che voglio che si dica “ragazzo” e non bambino.
Depongo ciò che ho vissuto ieri sera. Adesso sono le due del pomeriggio e in questa dannata gendarmeria fa caldo, tanto caldo.
Ho atteso il mio turno seduta nell’atrio, su una panchina di legno e ferro battuto, giocando con il cellulare. Linda è dentro già da un bel pezzo, un’ora e mezza, credo.
Osservo il viavai dei gendarmi che escono ed entrano in stanze sconosciute, limitate da porte chiuse, indaffaratissimi, pieni di scartoffie o CD-ROM per computer; osservo le persone che entrano in questo luogo senza neppure capire di che cosa abbiano bisogno: non conosco il francese.
Sono già uscita a fumarmi l’ennesima sigaretta e a scambiare qualche parola con gli altri nostri compagni di vacanza.
Abbiamo raggiunto Linda in Corsica speranzosi di passare una settimana di vacanza vera e rilassante: mare autentico, sole, per scuoterci di dosso la polvere dello stress di un anno intero, per cambiare la pelle come i serpenti e rigenerarci.
Tutto è stato predisposto per farlo: corpi e anime; vita all’aria aperta, buon cibo e ottimi vini, insieme a sfottimenti e risate. Una buona compagnia, insomma.
Due uomini e due donne. Una sola è la coppia formata e, per ora, consolidata; io e l’altro uomo ci definiamo amici, ma sarebbe meglio affermare che siamo conoscenti.
Che c’entra questo pensiero con il racconto? Mah… Riflessioni, credo.
La prima volta in Corsica, la prima volta di una vacanza da sola e sono in gendarmeria.
— Che ne dite di un bel San Pietro stasera? Me l’ha portato Marco, il pescatore. Ci vengono fuori quattro porzioni giuste giuste.
Al rientro dalla spiaggia, questa è la proposta di Linda; cucinerà lei, come sempre, e non possiamo opporci, possiamo soltanto collaborare. Danilo va a cogliere qualche rametto di rosmarino in giardino, Simone apparecchia, io mi sono presa la briga di pelare le patate.
Il pesce è stato cotto lentamente in forno, sdraiato su un letto di patate, a bassa temepratura, poiché a questo pesce non si addicono le cotture forti.
Ne è uscita una serata amabile. La cena deliziosa, bagnata da un ottimo vino bianco frizzantino, insieme all’arietta leggera che ci solleticava i capelli, ci ha zittito: eravamo tutti intenti a godere del buon sapore sul palato.
Alla fine della serata rimaniamo noi donne in giardino, sotto un monte di stelle, sulle chaise longue a parlare: mille confidenze da scambiarci.
Una sola luce accesa illumina il giardino; rimaniamo nella penombra a goderci la dolce e fresca carezza della notte e un piccolo oggetto, che crea suoni con il solo alito di vento, ci allieta le orecchie. Quei pendagli si agitano, percossi da una rondella di legno, e interrompono il filo del silenzio.
Il tono di voce è basso. Ormai la mezzanotte è passata da una buona mezz’ora e, benché le case intorno siano lontane, io e Linda quasi bisbigliamo. Siamo vicinissime: è il tono dell’intimità.

— Sta arrivando qualcuno? — chiedo, ascoltando lo scalpiccio di passi sul ghiaino del vialetto che porta alla casa.
Istintivamente entrambe solleviamo la testa e le spalle e voltiamo lo sguardo verso quel punto, sulla nostra destra.
— No.
La risposta sembra evasiva, ma è tranquilla.
Le due ombre lontane sembrano allungarsi, ma non facciamo in tempo a vedere chi siano. Le due ombre si riducono a una; dalla mia postazione intravedo solo un mezzobusto spezzato sulla sinistra, vedo solo un corpo e un braccio: sembra un ragazzo.
— Sarà qualcuno che ha sbagliato direzione e voleva prendere il viale superiore — precisa la mia compagna.
Riconquistiamo le nostre posizioni sdraiate, rilassandoci di nuovo, e ricominciamo il discorso.
All’improvviso…
Pum… pssssssssst…
— Cos’è?
Io guardo Linda, ma lei guarda sulla sua destra e tace.
Siamo nuovamente sedute, adesso.
Pum… pssssssssst…
— Cos’è, Linda? — lo ripeto ad libitum, ma Linda tace, continuando a guardare là da dove abbiamo sentito provenire il rumore.
Io non mi rendo conto di che cosa sia. Ho paura. Sembrano fuochi d’artificio.
Due? Due.
Due soltanto? Due soltanto.
Finito? Finito.
— Vuoi vedere che mi hanno sparato alle gomme? — questo è l’esordio di Linda, dopo il silenzio riflessivo.
Si muove e si avvia verso l’auto, posteggiata a metà del vialetto, dove un piccolo slargo lo permette, a una decina di metri dall’inizio del vialetto d’accesso, a una trentina di metri da noi.
— Dove vai? Non andare, per piacere.
Ho paura.
Non mi ascolta. Afferra la lampada e fa scorrere tutto il filo elettrico per vedere meglio.
— Devo vedere cos’è successo.
Armeggia ancora con il faretto e il filo, attacca la presa a una prolunga perché il faretto possa accompagnarla fin laggiù.
— Lascia stare, torna indietro.
Oso portarmi al centro del giardino. Vorrei che si fermasse. Ho paura.
Linda continua ad andare avanti. Il faretto illumina prima una ruota, poi l’altra, davanti, dietro: le ruote sono integre, finché…
— Oddio, chiama gli uomini! C’è qualcosa che cola, forse è benzina.
Anche Linda, adesso, è spaventata.
Rientro in casa, chiamo per nome gli uomini. Linda mi segue: a questo punto deve telefonare alla gendarmeria.
Gli uomini escono ognuno dalla propria stanza, ancora pervasi dal sonno. Non capiscono; dobbiamo quasi spingerli fino alla macchina per far loro capire cos’è successo.
A un rapido controllo possiamo accertarci che non è benzina né olio, ma il liquido del radiatore. Anzi, dei radiatori: hanno sfondato anche quello del condizionatore.
— Sembra evidente: hanno sparato — questo è il commento di Danilo.
Sono attonita.
— Sparato?
Ma scherziamo? Siamo in vacanza, ci troviamo in una terra di vacanza.
Mentre aspettiamo l’arrivo dei gendarmi che abbiamo allertato, facciamo mente locale sull’accaduto. Mille ipotesi.
Sembra sia passato parecchio tempo quando vediamo arrivare l’auto della gendarmeria. Dopo celeri presentazioni e un bonsoir sussurrato, data l’ora, si mettono subito al lavoro.
I bossoli: due.
Pallettoni di piombo, grossi perlomeno quanto un chicco di caffè, hanno colpito i radiatori e la carrozzeria dell’auto.
I gendarmi svolgono il loro lavoro con modalità tranquilla e sicura. Si muovono con circospezione, ma sembrano quasi indifferenti.
Ma l’hanno capito che abbiamo paura?
Adesso i luoghi che portano tracce degli spari sembrano segnati con l’evidenziatore di mia figlia: verdi.
Sembra abbiano sparato da un muretto alto mezzo metro e ormai è sicuro: con un fucile.
Nel vialetto semibuio, illuminato dalla lanterna e dai fari dell’auto dei gendarmi, ci guardiamo o, perlomeno, tentiamo di farlo. Ci sediamo sui bordi, ci rialziamo.
I gendarmi comunicano a Linda, l’unica che parla francese, che non possono fare altro per il momento, ma che ritorneranno la mattina dopo. Cioè fra qualche ora, dato che ormai sono le due e mezzo di notte.
Si congedano da noi che, zitti, percorriamo il vialetto per tornare in giardino.
Nessuno ha voglia di andare a dormire. Ci fermiamo, sedendoci a commentare e a bere una bibita ghiacciata.
Fa caldo.
Il caldo di una notte nera, oscura e lunga, che vede quattro figurine inquiete muoversi nel giardino come gatti.
Che afa bestiale!
Sono la prima a stendermi sulla chaise longue. Passerò la notte qui, fisserò il cielo cupo chiedendo a qualche stella di riportarmi in vacanza.
Ilidia Comparini – La Strega Vera

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