– Signora… ma perché mi guarda? – sento lo sguardo fisso su di me –
– Si sta forse chiedendo perché sono sola? – questo penso, mentre sbircio il menù nell’attesa di ordinare.
Sono entrata nel ristorante più elegante della mia città, molti sono i tavoli, quasi tutti occupati da coppie. È sera, luci decorosamente basse, su ogni tavolo, elegantemente coperto da tovaglie giallo paglierino, un vaso con tre rose blu ed una candela accesa, anch’essa blu. L’atmosfera è davvero intima. Il cameriere si è avvicinato e, come in una scena di un film mi si è rivolto con una delicata professionalità disarmante, sorridendomi:
– Buonasera signora, posso aiutarla? Ha ordinato, aspetta qualcuno? –
Incarnato olivastro e occhi neri come olive greche, i colori risaltano sulla sua giacca bianca. Vorrei invitarlo a mangiare con me.
– No, sono sola, vorrei cenare, grazie –
– Le va bene un tavolo all’aperto? –
E con altrettanta buona creanza, mi fa segno di seguirlo attraverso una porticina che ci porta nel giardino di fiori estivi, illuminato da fiaccole accese, che mi accoglie, preceduta dal cameriere, insieme ad una dolcissima melodia di pianoforte. Sullo sfondo di bassi mormorii e di dolci brusii, i passi sonori sul ghiaino ci portano ad un tavolo dal quale si può vedere l’intero spettacolo degli avventori e respiro forte quell’aria estiva mista di profumi diversi.
– Le va bene? – lo ringrazio e non solo mentalmente, è proprio il tavolo che avrei desiderato. In fondo alla sala, spalle al muro, ho il completo controllo visivo del giardino.
Il cameriere scosta la sedia senza rumore, mi invita a sedere, si allontana solo per un attimo, torna porgendomi il menù che offre una lista di cibi stuzzicanti e si allontana di nuovo per i suoi impegni lavorativi. Sembra un libro quel menù, mi accingo a scegliere, dando nello stesso tempo uno sguardo d’insieme all’ambiente. I tavoli non sono grandi, posti su forti gambe di ferro battuto, su cui è appoggiata una lastra dalla quale si vedono composizioni di fiori secchi dai colori tenui, tono su tono con la minima apparecchiatura.
Tiro un sospiro, riportando lo sguardo sul menù, non ho neanche tanta fame.
Sento uno sguardo su di me molto pesante, alzo la testa e controbatto a quello sguardo con i miei occhi che non provano nemmeno ad essere sfuggenti.
Elegantissima, un filo di perle al delicato collo, un perfetto rigo nero sottolinea le palpebre dei suoi occhi azzurri blu, mi guarda intensamente, il suo tavolo è proprio davanti al mio ed il suo sguardo è attento ad ogni mia mossa. È accompagnata, come, d’altra parte, tutte le donne che si trovano lì, il suo cavaliere dai capelli sale e pepe, anch’egli elegantissimo nel suo blazer blu, ha, invece, lo sguardo perso verso di lei.
Non penso neanche un attimo che io, in quanto donna, possa interessarle.
– Sì, lo so, signora, anche ai tempi nostri non è facile accettare vedere una donna che mangia da sola e in quest’ambiente poi, così intimo. Sa, me lo sono chiesto anch’io perché una donna decida di andare al ristorante da sola: per scelta mi sono detta, per obbligo, ho replicato a me stessa. Forse lei pensa di essere più fortunata. Chissà? –
Non mi va una qualsiasi compagnia e quella che voglio non posso averla.
Ma poi penso a quante altre donne devono, magari per necessità di lavoro, mangiare da sole e mi sento già meglio.
“Io credo che vivere sia prendere le cose per quelle che sono e impegnarsi per riuscire a stare meglio e se staremo meglio ‘insieme’ sarà davvero vivere. Vivere è anche prendersi il tempo necessario a dirci quello che ci capita, senza l’imbarazzo di ferirsi. È avere consapevolezza di non perdersi. Voglio mangiare la torta piano piano, vuoi?”
È lontano da me questo pensiero ormai, così com’è lontano e com’è sempre stato lontano, lui.
– No, signora, non sono una giovane adolescente che si è fatta fagocitare dal classico play-boy. No. Non mi vede? Sono una quarantenne ancora piacente, interessante, anche colta. E non abbasso mai gli occhi. – Signora, Lei non lo vede, ma lui è qui: assente, ma presente.
Non c’è, ma è come se ci fosse: non ha per niente l’aspetto e lo stile del play-boy.
No, davvero. Non ha neanche il fisico da conquistatore: occhi grandi celati da occhiali da vista, da cui non si può separare mai, neppure nei momenti più intimi, orecchie grandi, labbra irregolari e una magnifica testa tonda, quasi “pelata”, eredità di una cattiva abitudine nel dormire: il cuscino sopra la testa. Esile di costituzione, con un’incipiente pancetta, segno di benessere dice lui, segno di scarso movimento, dico io.
Le sue mani invece sono belle, giuste nella loro dimensione, e aggraziate: sanno accarezzare.
Neanche nell’atteggiamento lo si sarebbe potuto definire un conquistatore, è tranquillo, pacifico, insicuro, ma nello stesso tempo serioso e supponente. Non si riesce mai a capire se il suo è un comportamento naturale o se fa così proprio perché ormai abituato a farlo.
– Signora, ora si è incuriosita, dica la verità! – dice il sorriso che rivolgo a quegli occhi blu che non mi mollano.
Ho sempre pensato che usasse quest’atteggiamento per difendersi. Da che cosa, non so. Io non lo osteggiavo, perché difendersi da me? La sua supponenza supera ogni limite, la si ritrova in qualsiasi suo gesto o parola.
Ecco, le parole. Credo di aver percepito da subito le sue parole come carezze. Sì, riusciva ad accarezzarmi con le parole.
Arroccato nel suo castello, quasi isolato dal resto del mondo, riusciva ad intrigarmi e ad intrecciarmi nei suoi voli intellettuali, sostenendomi ed appoggiandomi in un accattivante gioco di parole.
– Signora, ha scelto? –
Il bel cameriere è tornato, gli comunico con esattezza la mia scelta, in silenzio annota sul suo taccuino annuendo e sparisce non senza regalarmi un sorriso.
Si sarà accorto dei nostri sguardi, signora? Chissà come li avrà interpretati. –
“Le parole sono pietre”.
Le pietre che abbiamo posato, ad una ad una, hanno ormai formato un muro, alto: io sono rimasta da una parte e lui dall’altra.
E’ come andare sull’aereo, non hai la consapevolezza di salire sul mezzo e di partire, nessuna sensazione del vuoto: quando ti accorgi di essere lassù, in alto, è troppo tardi. Così è stato.
Il “mio mon cherì” è inattaccabile, è rimasto arroccato all’interno delle sue mura, crogiolandosi in un’attenzione esagerata e sorprendente (la mia) impaurito dalle altrettanto sorprendenti richieste d’attenzione (la sua).
Ha avuto ragione, di tutto. Anche di me.
Ha lasciato sempre che fossi io ad esprimere me stessa e mi ha ascoltato, e io, d’altra parte facevo lo stesso, avrei voluto non smettesse mai perché le sue parole-carezze non mi bastavano mai. Mi conosco abbastanza da sapere che, quando voglio bene, ho sempre bisogno di sentire il “gancio”, non mi basta sapere che l’altro c’è, che l’altro esiste, non mi accontento. E lui l’ha saputo e lo sa fare, uh se lo sa fare. Sa bene come farsi “sentire”.
“Se arrivo a fare l’amore con te, da te non mi stacco più”
L’ho fatto l’amore con lui, con rabbia e con passione, cercando di trasmettere con ogni mio gesto di piacere quello che sentivo, perché non ci fossero malintesi, perché ne avevo fame e sete.
Era lui che volevo e non potevo avere, perché lo sapevo non mio.
Ah quella famosa e inutile carezza sulla testa. Sebbene sia sempre stata convinta che noi donne ci possiamo bastare e che quella carezza sulla testa, tanto desiderata, ci ha sempre fregato, credo sia stata proprio la carezza sulla testa il punto di partenza per questo volo: destinazione? Il nulla: ciò che mi resta.
Sono stata presuntuosa. Ho fatto richieste che non avevano un senso: quando mai si chiede di lasciare ciò che si ha per certo per accogliere l’incertezza assoluta? È contrario ad ogni senso logico e razionale.
Io non sono razionale nell’amore, signora – glielo grido negli occhi ben truccati, mentre la sua mano s’incrocia con quella del suo grigio innamorato.
Mentre poso la forchetta sulla mia fumante parmigiana di zucchine e melanzane, il pianoforte da lontano ci delizia con la melodia di “Something Stupid” e questa musica, anziché intristirmi, mi rassicura. Come se lui fosse qui.
Come se il mio cavaliere fosse presente, signora. –
È deliziosa questa parmigiana. Ha un sapore d’altri tempi, di quando ero bambina e mangiavo quella preparata dalla mia mamma.
“Che il bacio che ti mando sia prezioso così come preziosa sei tu per me. Ti leggo sempre. Non farmi andare via da te e dal tuo cuore”
Forse l’ho idealizzato. Mi sono evidentemente creata un’immagine che non corrisponde al vero. E le responsabilità, se eventualmente ci possano o debbano essere state responsabilità in un contesto come il nostro, una relazione clandestina, sono solo mie.
Solo che quando s’idealizza poi si corrono rischi, piccoli o grossi non so, non sto a quantificare, non m’interessa questo. Ed è inutile dire che “una persona non la s’idealizza proprio perché è materialmente una persona”. Per carità! Non voglio crearmi illusioni mendaci. So bene che, in rapporti come questo, l’idealizzazione è un “pericolo” costantemente in agguato.
Ed io, che sono semplicemente una donna, ci sono cascata
E non mi sento né fessa né cretina per questo. Tutt’altro.
Signora, sta sussurrando qualcosa all’orecchio del suo uomo. Sta raccogliendo questa mia sensazione? Ha letto questo, ora, in questo preciso momento nei miei occhi? –
Mi ero convinta che si sarebbe potuto instaurare un rapporto speciale, profondo, complice, e, se mi è passato il termine, fruttifero. Mi ero convinta che avrei potuto dare tanto, sì… credo proprio questo. Come credo che lui mi avrebbe sicuramente arricchito. E allora… e allora e allora, che dire? Noi due non siamo nessuno, contiamo meno di zero l’uno per l’altra, per questo, siccome i melodrammi non mi appartengono, non avrei voluto dire “non sentiamoci più”, “non ti permettere più di cercarmi”.
Non mi sarebbe dispiaciuto un rapporto “normale” (“non si può dire civile, perché civile è appropriato per due persone che sono state comunque unite legalmente”).
Non mi sarebbe dispiaciuto riuscire, non senza difficoltà, ad essergli amica.
Non mi sarebbe dispiaciuto scambiare due battute sulle condizioni meteorologiche del giorno, della faticosa giornata di lavoro, di questo o di quel musicista, di questo o di quello scrittore.
Così, senza impegno, senza quell’aspettativa che nutrivo prima. Un rapporto superficiale, appunto. Ufficialmente superficiale.
E quando un rapporto è di questa natura, mi sarebbe andato bene anche lo pseudo-rispetto, mi sarebbe andata bene anche l’attesa infinita per sapere se, laggiù dove si trova, dove lavora, piove o c’è il sole. Insomma, finché non ci si offende, mi sarebbe andato bene tutto.
Basta capirsi. Basta aspettarsi solo quello che le persone ci possono dare. Non è così?
Non voglio fare l’ipocrita.
È chiaro che l’ipotesi che ho appena progettato non è ciò che volevo da questo rapporto che m’immaginavo già meraviglioso, ricco, articolato, stimolante, pieno. Specie di sabato pomeriggio, quando, lontano, sentire la sua voce e ascoltarlo raccontarsi mi riempiva di gioia e di brividi di contentezza, o anche quando, mentre mi annunciava che sarebbe rimasto per un bel po’ vicino a me, mi si riempivano gli occhi di lacrime. Ma se in risposta al mio desiderio di averlo vicino in ogni momento, lui mi poteva offrire solo delle e-mail ben articolate, se non è possibile altro, poiché a 43 anni so bene cosa voglio e compromessi ne faccio ormai pochi, è bene prenderne atto.
“Se solo potessi parlarti subito. Mi manchi davvero. Teniamo duro fino al 6. Ti voglio bene. Tanto”
Già, i compromessi: avrei dovuto continuare ad accettarne uno enorme per riuscire ancora ad averlo con me, l’ho fatto per un lungo periodo. Mi è costato fatica, ma l’ho fatto.
Non mi sono nemmeno mai approfittata dei modi diversi con i quali sapevo di poterlo raggiungere, ho sempre accettato il compromesso in silenzio, soffrendone e rispettandone le regole.
” Due giorni di silenzio sanno dire di più di tante parole, se cercavi un pretesto per cancellarmi dalla tua vita, non dovevi far altro che dirlo”.
Poi all’improvviso, mi arriva l’SMS, mentre sto ancora lavorando, rimango stupita, ma non era il week end durante il quale dovevo “sparire”? Cado dalle nuvole, sull’istante mi sento subito appesantita dai sensi di colpa: durante il fine settimana ero andata fuori città con la mia amica, e cavolo se mi ero divertita. Fortunatamente riesco ancora a mantenermi lucida, sento di aver voglia di urlargli contro tutto il peggio di cui sono capace, non posso farlo, devo controllarmi perlomeno finché non esco dal lavoro, poi ce la vedremo, carissimo. È la rabbia stessa che, simulando d’essere cieca, ma che cieca in realtà non è, mi suggerisce invece di mantenere un atteggiamento decoroso: intendeva distruggermi con un sms? No. Non glielo permetto. Continua l’invio di sms da parte sua, telefonare costa troppo. Bene, faccia quello che vuole: è finita. Stia con la donna che si è scelto e che non sono io.
– Non l’ho più sentito signora. –
È tornato, ancora una volta, dopo mesi, nella calura estiva, dopo che ormai si era allontanato, dopo che per la Pasqua mi aveva offerto un uovo di cioccolata amara.
– Che cosa fai stasera? –
– Non ho impegni, credo –
– Usciamo? –
– Sì, certo, andiamo a prendere un gelato, andiamo al cinema…-
Mi guarda con i suoi occhioni da miope, quando mi vede scendere dalla macchina, cerco di leggere nei suoi pensieri, cerco di studiarlo nelle espressioni del viso per capire se ha davvero piacere di vedermi e mi sembra solo di capire che vuole il mio corpo, disperatamente, me lo chiede con ogni gesto.
Cominciamo il solito gioco di parole: delicata lussuria il disquisire sul suono di “disinibire” o sul significato di “cattività”.
Ma io non riesco a godere appieno di questo immenso piacere, sono tesa, innervosita e le parole che mi affiorano sulle labbra sono intrise di cattiveria, cattiveria pura, sottile: vendetta? Non lo so, ma senza urlare, in modo aspro, gli sussurro che proprio perché lui è in “cattività”, voglio un compagno vero, perché me lo merito, un uomo mio.
Sento ancora il dolore bruciante dei nostri incontri d’amore, rubati alla fretta, mai nessuna sera intera passata insieme……… solo qualche ora d’amore, il mio.
– Che cosa dici? – mi risponde – ma cosa stai dicendo? –
– Beh… dico semplicemente che in futuro potremo continuare a vederci, ma credo sia necessario un bel chiarimento che, d’altra parte, non c’è mai stato……… O pensi che io dovrei far finta di avere fatto un sogno? –
– Non ti capisco. –
– Già, giusto. Non capisci. Comodo non capire. Mi fa piacere tu sia tornato sai? Ma sono cambiate le cose, io accoglierò il ritorno del mio amico, non del mio amante. Che ti piaccia o no. –
– Non accetterò mai. Non ti voglio come amica. –
– Mi dispiace, non è possibile avere altro da me, se altro non è cambiato. –
– Non puoi sapere com’è la mia vita ora……Voglio tornare a stare insieme per costruire e non per distruggere, la nostra è una bellissima storia d’amore, non può essere un’amicizia, né ridursi solo a questo. Non posso esserti amico, se dovrò ascoltarti mentre mi parli descrivendomi un tuo innamoramento o il tuo compagno.
Eccola la sua prima carezza da quando è tornato. Che stupida…. ho subito ricominciato a sperare, anche se ho sempre sentito e saputo che non era cambiato assolutamente nulla nella sua vita.
Divento cinica, anche nei miei confronti e gli ribatto con una risata:
– Quale storia d’amore? Le nostre sono state solo scopate –
Tace. Gira la chiave dell’accensione, il motore dell’auto si avvia, c’è silenzio adesso, le ultime parole sono le mie.
In silenzio, mi accompagna alla mia auto, in silenzio apro la portiera e sussurro un ciao.
Solo quando sarò arrivata a casa mi arriverà un sms.
“Hai calpestato la mia dignità”
La sua dignità, e la mia?
Non se ne parla.
– E’ buono il dolce, signora? Sta ancora ascoltando i miei pensieri?
“Tròvatelo un compagno vero, perché io non posso esserlo, ma stavolta facci l’amore, non scopare”
Glaciale, come il gelato che in questo momento mi sto mangiando sorridente, questo fu il pensiero che mi passò per la testa:
– Perché no? Starà qui una decina di giorni, quando metterà il piede sul predellino del treno sarà finita.
L’ho deciso così sul momento.
L’ho usato, sì, questa volta sì. Non ci credeva quando gli ho detto che volevo mettere il punto.
– Il punto? Finale? Il punto si mette perché si comincia un altro libro. Io tornerò a casa mia e starò bene, ma continuerò a pensare a te che vuoi mettere il punto –
– Lo voglio mettere ora il punto. È finita. Inizia a compiangerti. È finita. –
Oggi so benissimo cosa voglio, non ho più voglia di scendere a compromessi se ciò deve mancarmi di rispetto (e ciò lo avverto a mio insindacabile giudizio).
Sono una testona, anche lui pensava questo di me, chissà perché.
– Perché lo hai pensato, mon cherì? –
Il mio sguardo/pensiero torna verso gli occhi blu della signora.
– Secondo lei, signora, perché lo ha pensato? –
“Vivere è cercare di stare bene insieme fin quando e per quanto e come lo si può”.
Appena qualche tempo fa mi chiedevo se avevo il diritto di volergli bene e sempre qualche tempo fa l’ho invitato a non cambiare perché è una persona amabile, da amare. Mi sarebbe piaciuto proprio amarlo in modo integrale, ma come ho già detto (i pensieri ci sono sempre tutti) i tempi sono stati sbagliati. Da me, ovviamente.
Sono rimasta invischiata nel suo gioco e ne conosco anche i motivi: perché sono cosciente di quanto sia grande il mio bisogno d’essere e di sentirmi coinvolta. Io lo so, lo ammetto, ne ho paura, anzi, terrore, ma so che ho bisogno di essere amata.
Io, che mi sono sempre proclamata “mia”, sento il bisogno di appartenere a qualcuno.
Il mio modo assoluto, leale e generoso di coinvolgerlo è sempre arrivato a lui solo e soltanto come un sentimento monco, gli è sempre arrivata l’immagine del “cane” che punta tutte e quattro le zampe.
Mi sono sempre chiesta la causa di ciò, di quanto poco avevo saputo comunicare con tutto il mio daffare di “buongiorno”, “buonanotte”, “bacio notte”, bacicioccolatosi”, ecc.ecc.
Adesso so il perché: era lui, il limitato.
Il suo era un bene strano, incompleto, un modo distaccato di volermi, distante, deviato dai mezzi virtuali che eravamo costretti ad usare per la lunga distanza che ci divideva, per lunghi periodi.
Sapevamo bene entrambi che questo modo di “sentirci” non era efficace come la frequentazione nella quotidianità che, al contrario, avrebbe potuto darci la possibilità di conoscerci meglio, ma ero solo io che ne sentivo il peso. Non ho mai accettato la mediazione dei mezzi virtuali: ho sempre voluto un compagno vero, un compagno mio, interamente mio.
Non ha mai capito che ho sempre avuto una voglia matta di stare con lui, di conoscerlo davvero e meglio, di fargli compagnia, di farmi fare compagnia, di ridere, di incazzarmi, di scarruffarlo, di togliergli gli occhiali costringendolo alla quasi ‘cecità’: di tutte queste cose avrei avuto voglia, ma ho potuto averle solo in un modo imperfetto, quando era possibile, quando capitava, quando non c’era nebbia…
Forse si è spaventato da questo coinvolgimento, come dire, totale.
– Ma perché continuo a giustificarlo, signora?
– Mi dispiace mon cherì, mi dispiace davvero, questo è il mio modo di volere bene.
Ma questo lui lo sa bene, credo di averglielo detto per più di una volta.
Un amore strano, ma soprattutto un amore da dividere con un’altra.
Mi mancano le nostre chiacchierate. Sì, mi mancano. Non sono stupidamente orgogliosa. E se lo sono orgogliosa, lo sono per qualcosa di serio.
– Per cui non ho alcun timore a rivelare e condividere con lei questo pensiero: mi manca, però, signora… posso aggiungere anche un altro pensiero? Mi manca quella persona che pensavo, che immaginavo –
Sono molto orgogliosa d’essere donna e per questo mi sono messa in mezzo a questa assurda situazione.
“perché non accettare le cose belle che la vita ci offre? Anche se parzialmente? Perché subirle e non accettarle rendendosi protagonisti?
Questa è in sostanza la ragione per cui accettare il compromesso non mi sembrava così oneroso; non per farmi del male, ma per capire cosa mi stava succedendo.
E allora, sì, dicevo, mi manca quella dolcissima persona con un mondo tutto da scoprire che intravedevo all’orizzonte. Io sono coerente e non mi svendo. Perché, anche se questo può essere comodo non capirlo, rispetto oltre che me, lui e tutto ciò che gli appartiene: non credo si capisca bene, ma fa lo stesso.
Sono abituata a vedere le cose a trecentosessantagradi, così mi sono anche detta che tutta questa storia si potrebbe leggere diversamente.
Il suo egoismo è davvero grande. Non so quanto, ma è comunque grande. È odioso. E forse con calcolo, ho anche pensato.
Affermo questo ora, quando ormai l’antica paura folle che “il mio mon cherì” si allontani ancora di più è diventata certezza, mentre lo abbandono, mentre metto il punto a questa storia.
Si può ragionevolmente pensare quanto, in questa situazione, si sia sentito al massimo: un uomo che si ritiene sfortunato nelle relazioni amorose, ha vissuto due storie parallele, addirittura conteso.
Da una parte, una Regina che ambisce (giustamente) a voler cominciare una vita a due con lui, dall’altra un’altra donna che si perde dietro alle sue parole cui ha creduto, pari pari, fin dal primo incontro.
E quest’uomo, sfortunato poverino! ha potuto fare il bello e il cattivo tempo, stabilendo razionalmente i tempi e i modi per le visite. Naturalmente con il beneficio (buon per loro!) della sua volontà, ha tenuto le fila e si è permesso di concedersi dolce ed amaro quando ha voluto, a seconda della situazione.
Ha davvero da rallegrarsene.
Complimenti, professore, complimenti davvero.
Ho detto che sono coerente ed è vero, per cui posso dire che ho voluto bene a lui per quello che è, non a quello che si è voluto mostrare, corazzato per difendersi, parziale nell’esporsi.
Conosco bene questi meccanismi, sono i miei.
E allora sono pentita. Sono pentita di avergli fatto leggere quanto ho scritto, di aver aperto la mia testa, quindi la mia attenzione, a lui.
Voglio precisare, però, non sono pentita per me stessa, no.
Io rifarei tutto quanto, ridirei le stesse cose, perché la spontaneità, con tutti i suoi limiti e difetti, mi appartiene.
Sono pentita perché credo di aver sbagliato persona.
Mi sono sentita, anche se l’espressione può sembrare pesante ed esagerata, usata, cosa che ho fatto a mia volta nei suoi confronti.
Voleva l’amante, voleva l’amore passionale: l’ha avuta. Ora sa cosa vuol dire amare davvero, in modo completo: gliel’ho insegnato.
In fondo, anche questo serve: metto lì, in un angolo della mia mente, anche questa cosa. E ne faccio tesoro. Spero lui faccia lo stesso. Vorrei che si potesse rendere conto di quanto ha perso.
Mi rimpiangerà.
Presuntuosa ancora una volta. Sì. Rimpiangerà il mio amore totale e non annullante.
Mi alzo dal mio tavolo e percorro sul ghiaino i passi del ritorno.
– Diamoci un ultimo sguardo signora, inconsapevole cassaforte dei miei pensieri, a lei offro un altro dei miei sorrisi. –
– Sa, signora, ero la sua “Puce” –
Ilidia Comparini – La Strega Vera
