Pubblicato in: Pensieri, Racconti

Che afa bestiale!

Ad agosto scorso, sono finalmente tornata in vacanza, ospite della mia cara amica Linda, esperta guida subacquea, una delle migliori fra quelle che operano nei diving di zona. Non è la prima volta che trascorro le mie vacanze con lei, qui, in questa baia mozzafiato.
Questa volta ho deciso di viaggiare in treno e, di questo viaggio che potrebbe, all’apparenza, apparire ovvio e scontato e talvolta noioso, racconterò in seguito.
Che bella giornata di sole! Adoro stare qui! Mi sento così bene, c’è sempre una brezza fresca che mi accarezza la pelle. Mi piace stendermi sugli scogli levigati, che trovo più comodi della sabbia, con l’acqua del mare che lambisce le gambe. Il cielo è azzurro e limpido, senza una nuvola. Respiro a pieni polmoni l’aria salata, che mi fa sentire viva. E poi, che fortuna, questa spiaggia è tranquilla e silenziosa, non c’è la folla dei lidi più famosi. Qui posso godermi il mio spazio e la mia pace.
C’è da aggiungere poi che le vacanze con Linda sono sempre sinonimo di buon cibo, di divertimento e risate, insomma vacanze nel vero senso della parola.
C’è una storia che io e Linda ci raccontiamo ogni volta e che, come si usa dire, è come i peperoni: si ripropone.
Permettetemi di condividerla.

“Sono seduta su una poltrona marrone di pelle artificiale, cosiddetta sky, per dirla elegante, davanti a una scrivania, in una stanzina di due metri per due. È una giornata d’agosto, parte di una stagione particolarmente calda e infuocata. L’impianto di condizionamento è guasto e il suo effetto si avverte ovunque.
Sono convinta che una volta alzata, lascerò testimonianza del mio passaggio, e lo faranno i miei lembi di pelle, stampati proprio qui, sul sedile di questa dannatissima poltrona.
Sotto lo sguardo attento e scrupoloso del gendarme, ogni parola viene scrutata, ogni dettaglio annotato. L’uomo in divisa, scuro di carnagione, nero di capelli, con un naso pronunciato che fa apparire gli occhi lontani e affondati negli zigomi, ogni tanto solleva lo sguardo dalla tastiera al monitor per controllare la correttezza di ciò che scrive.
Ho già dato le mie generalità; che c’entrano quelle di mio padre e di mia madre? Vabbè, sono in terra straniera.
Ho il cuore pieno di preoccupazione e condivido la mia deposizione, sperando che la chiarezza possa illuminare un enigma avvolto nell’ombra.
Straniera in questa terra di vacanza, nella magnificenza della natura verde e rigogliosa, aspra e marrone, ospite di una terra pastorizia, che parla una lingua dolce tanto quanto aridi e scontrosi sono i suoi abitanti.
Inizia l’interrogatorio.

– Avez-vous remarqué quelque chose d’étrange? (Ha notato qualcosa di strano?) – la domanda è rivolta all’interprete, che non è altri che la mia amica Linda co-protagonista di questo sgradevole episodio.

-Prima o dopo? – sono io che dettaglio.

-Avant et après (Prima e dopo) – precisa il gendarme, che continua a non guardarmi e si rivolge a Linda, io faccio lo stesso.

– No, nessuna stranezza se non lo scalpiccio del ghiaino sul vialetto che porta alla casa e l’aver intravisto un’ombra che si allontanava. L’ombra di un ragazzo. –
L’interprete traduce fedelmente tutto ciò che dico, si trova alle mie spalle e sembra che giochi con le finestre, aprendole e chiudendole per cercare un po’ d’aria.
La tensione aumenta e cerco di far emergere inconsapevoli dettagli che possano condurre alla soluzione.

-En enfant? – No, di un ragazzo – e rivolgo lo sguardo a Linda implorandola di chiarire la differenza fra ragazzo e bambino, poiché la distinzione potrebbe essere la chiave per rivelare la verità celata dietro l’apparente normalità.
Linda e il gendarme continuano a parlare, non li ascolto, sono infastidita, non capisco una parola! E allora lascio le loro voci sullo sfondo. Non riesco a credere a quello che mi è successo ieri sera, ora sono le due del pomeriggio e in questa maledetta gendarmeria sto morendo di caldo.
Ho aspettato il mio turno per ore su una scomoda panchina di legno e ferro battuto, distratta solo dal mio cellulare, seguendo con lo sguardo, gendarmi che andavano e venivano da stanze misteriose e inaccessibili, indaffaratissimi pieni di carte e scartoffie o dischi per computer, scrutando l’ingresso di persone senza riuscire a capire di che cosa avessero bisogno dal momento che non parlo francese.
Anche gli altri nostri compagni di vacanza restano in attesa, in realtà, ognuno di noi ha poca voglia di parlare.
Abbiamo raggiunto Linda per goderci una settimana di relax, mare stupendo, sole, speranzosi di passare una settimana di vacanza vera e rilassante: mare autentico, sole, per scuoterci di dosso la polvere dello stress in un anno intero, per cambiare la pelle come i serpenti e rigenerarci.
Avevamo tutto per farlo: corpi e spiriti; vita sana, cibo delizioso e vini eccellenti, insieme a battute, sfottimenti e risate: una bella compagnia, insomma.
Non mi sarei aspettata che questo viaggio, apparentemente ordinario e prevedibile, avrebbe presto deviato dal suo corso, portandoci in un vortice di eventi che si alternavano tra spavento e risate incontrollabili. Eppure è quello che è successo.
Due uomini e due donne, una sola è la coppia formata e, per ora, consolidata, io e l’altro uomo ci definiamo amici, ma sarebbe meglio affermare che siamo conoscenti.
Che c’entra questo pensiero con il racconto? Mah… Non so rispondere. Riflessioni, credo“.
La prima volta di una vacanza da sola e sono in gendarmeria (e lo ripeto, sì, sono incredula), ripenso alla sera precedente.
Rientrando dalla spiaggia, abbiamo programmato una cena a base di san Pietro, un pesce prelibato che Marco, il pescatore, ci ha portato fresco di giornata. Linda si è offerta di cucinarlo in forno con le patate, ama cucinare e non c’è verso di convincerla a non farlo, così a noi altri non resta che aiutarla nelle varie mansioni. Danilo è andato a raccogliere il rosmarino nel giardino, Simone ha apparecchiato la tavola e io mi sono occupata, sbucciando le patate.
La cena è stata squisita, accompagnata da un vino bianco frizzante e da un leggera brezza che ci accarezzava i capelli. Non abbiamo parlato molto, siamo stati troppo presi dal gusto del pesce e dall’atmosfera rilassata. Una serata amabilissima.
Dopo avere sparecchiato, io e Linda, ci siamo appartate in giardino, sotto un monte di stelle, a confidarci le nostre storie. Sedute sulle chaises-longues, avvolte nell’ombra, mentre un carillon a vento produceva dolci melodie, interrompendo il filo del silenzio.
Parliamo a bassa voce, come se fossimo sole al mondo.
Usiamo il tono dell’intimità.

-Sta arrivando qualcuno –
Sento il suono dello scalpiccio di passi sul ghiaino del vialetto che porta alla casa; istintivamente entrambe solleviamo la testa e le spalle e voltiamo lo sguardo verso quel punto, sulla nostra destra.
Le due ombre lontane sembrano allungarsi, ma non facciamo in tempo a vedere chi siano, le due ombre si riducono a una; dalla mia postazione intravedo solo un mezzobusto spezzato sulla sinistra, vedo solo un corpo e un braccio: sembra un ragazzo.

-Sarà qualcuno che ha sbagliato direzione e voleva prendere il viale superiore – precisa la mia compagna.
Riconquistiamo le nostri posizioni sdraiate, rilassandoci di nuovo e ricominciamo il discorso.
All’improvviso…Pum…psssssssssst …

-Cos’è? – io guardo Linda, ma lei guarda sulla sua destra e tace.
Non più sdraiate, ora siamo sedute.
Pum… pssssssssst …

-Cos’è Linda? – ma Linda tace, continuando a guardare laddove abbiamo sentito provenire il rumore.
Io non mi rendo conto di che cosa sia (ho paura) sembrano fuochi d’artificio: due? Due. Due soltanto? Due soltanto. Finito? Finito.

-Vuoi vedere che mi hanno sparato alle gomme? –
Dice Linda, dopo il silenzio riflessivo e si avvia verso l’auto posteggiata alla metà del vialetto, dove un piccolo slargo lo permette, a una decina di metri dall’inizio del vialetto d’accesso, a una trentina di metri da noi.

-Ma dove vai? Non andare, per piacere – la imploro.
Non mi ascolta, afferra una lampada e fa in modo di far scorrere tutto il filo elettrico per vedere meglio.

-Devo vedere cos’è successo –
Almanacca ancora con il faretto e il filo, attacca la presa a una prolunga perché il faretto l’accompagni fin laggiù

-Lascia stare, torna indietro. –
Non faccio in tempo a prenderle il braccio per fermarla.
Mi alzo e mi porto al centro del giardino, vorrei che si fermasse, ma Linda continua ad andare avanti, il faretto illumina prima una ruota, poi l’altra, davanti, dietro: le ruote sono integre, finché:-Oddio, chiama gli uomini, c’è qualcosa che cola, forse è benzina-
Anche lei adesso è spaventata.

-Ma chi è stato? – Sussurro, cercando di non farmi sentire da chiunque potrebbe essere ancora nascosto nel buio.

-Ma cosa ne so! – risponde secca e io taccio.
Rientriamo in casa, svegliamo gli uomini e Linda chiama i gendarmi.
Simone e Danilo, non hanno sentito nulla e, ancora assonnati, ci guardano interrogativi, pensano che sia uno scherzo, dobbiamo quasi spingerli fino all’auto per mostrare l’accaduto.
Dopo un rapido controllo ci accertiamo che non è benzina, né olio, ma il liquido del radiatore, anzi dei radiatori, hanno sfondato anche quello del condizionatore.

-Sembra evidente, hanno sparato – questo è il commento di Danilo.
La mia risata è stridula e segnata dalla paura.

-Sparato?!?!?!? – grido attonita. – Ma scherziamo? Siamo in vacanza, ci troviamo in una terra di vacanza!
Mi sento impotente e spaventata. Chi ci ha sparato? Perché? Cosa vuole da noi? Sono domande che mi frullano in testa, ma non ho il coraggio di esprimerle ad alta voce.
Mi limito ad aiutare Linda come posso, sperando che nessun altro colpo parta dal buio.
Non riesco a credere che qualcuno abbia sparato alla nostra macchina. Chi potrebbe avercela con noi? Siamo solo dei turisti, non abbiamo fatto nulla di male. Forse è stato un errore. Ma perché proprio qui, proprio ora?
Mi sento vulnerabile e impotente.
Siamo confusi e disorientati, insonni e irrequieti. Il caldo opprimente della notte pesa su di noi, alzando la posta in gioco di un’indagine imminente. Con trepidazione, aspettiamo l’arrivo dei gendarmi, sperando di ottenere risposte, sicurezza e il ripristino della nostra tranquillità.
Dopo un tempo che sembra essere stato interminabile vediamo arrivare l’auto della gendarmeria, dopo celeri presentazioni e un bonsoir sussurrato data l’ora, si mettono subito al lavoro.
I bossoli: due. Pallettoni di piombo, grossi perlomeno quanto un chicco di caffè, hanno colpito i radiatori e la carrozzeria dell’auto.
I gendarmi svolgono il loro lavoro con una modalità tranquilla, sicura, si muovono con circospezione, ma sembrano quasi indifferenti, ma l’hanno capito che abbiamo paura?
Vorrei andarmene da questo posto, tornare a casa, dimenticare tutto. Ma non posso, devo aspettare che i gendarmi finiscano il loro lavoro e ci dicano cosa fare. Spero che trovino il responsabile e soprattutto che non ci sia più pericolo. Non voglio vivere con la paura.
Contrassegnano i punti del terreno che segnano le tracce con l’evidenziatore spray colorato giallo-verde.
Riferiscono che sembra abbiano sparato da un muretto basso mezzo metro, ed è sicuro: con un fucile.
Nel vialetto semi buio, illuminato dalla lanterna e dai fari dell’auto dei gendarmi, ci guardiamo o perlomeno tentiamo di farlo, ci sediamo sui bordi del muretto e ci rialziamo.
I gendarmi comunicano a Linda, unica che parla francese, che per il momento non possono far altro, ma che torneranno la mattina dopo, cioè fra qualche ora dato che sono le due e mezzo di notte ormai e che noi tutti siamo invitati a comparire alla stazione di polizia.
Si congedano da noi, che, zitti, percorriamo il vialetto per tornare nel giardino. Nessuno di noi ha voglia di andare a dormire, ci fermiamo sedendoci per commentare e per berci una bibita ghiacciata.
Fa caldo. Il caldo di una notte nera, oscura e lunga che vede quattro figurine inquiete che si muovono nel giardino come gatti.
Che afa bestiale!

-Ehi! Abbiamo finito – il richiamo di Linda mi sorprende nelle mie riflessioni, mi scuote dal ricordo e sobbalzo.

-Beh allora? Che ti hanno detto?

-Niente di particolare, faranno indagini e ci faranno sapere.
Ormai è sera, abbiamo trascorso un’intera giornata in gendarmeria, con la netta percezione, alla fine, di essere noi i colpevoli, per il solo fatto di essere lì, in vacanza.
Torniamo sui nostri passi, alla nostra dimora temporanea, senza il nostro abituale sorriso, senza spiegazioni e, soprattutto, senza aver dormito.
Una volta percorso il vialetto, ci disperdiamo, ognuno intento a fare cose diverse, sotto la notte stellata, ognuno perso nei suoi pensieri, un senso di disagio aleggiava ancora nell’aria. Cosa ci aspettava? E avremmo mai riacquistato davvero la gioia spensierata che eravamo venuti a trovare qui? Le risposte ci aspettavano con il mattino luce, risoluzione promettente e la possibilità di riprenderci la nostra preziosa vacanza. Sono la prima a stendersi sulla chassis-longue, passerò la notte qui, fisserò il cielo cupo chiedendo a qualche stella di riportarmi in vacanza.”
Sicuramente avrete voglia di rimanere sintonizzati per sapere se ci sono colpi di scena.

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Gianna – l’amica scomoda

– Stella, sono Gianna – la voce mi arriva metallica dal cellulare.
– Che c’è? – riconosco immediatamente il tono umorale che mi rimanda dalla cornetta.
– Sono in crisi. Fin quando potrò scappare? Fin quando potremo bastarci?-
Mi parla del suo nuovo amore, Gianna, amore a distanza.
– Calma, calma. Cerca di razionalizzare. Le cose vanno in questo modo, ora. Siete lontani, è vero, ma poi in futuro…-
La frase rimane incompleta, m’interrompe.
– Ma quale futuro? Fin quando durerà. Io voglio vivere qui. Ora. Voglio vivere sperimentando. –
– La sperimentazione richiede tempo e prove lo sai? –
Dal sonno mi ritrovo sul campo di battaglia.
– Gianna, aspetta, lasciami svegliare, sono ancora a letto. –
– E che cavolo ci fa una madre di famiglia alle dieci di domenica mattina sempre a letto?-
Ecco, gli stati d’animo di Gianna hanno percorso tutti i duecento chilometri di distanza che ci separano sgorgano puri, angolosi, dal ricevitore.
– Sei un’amica scomoda lo sai? Ti richiamerò – e la comunicazione s’interrompe.

Gianna. Il trauma fu senza dubbio fortissimo; ci siamo incontrate al buio, senza vederci e ci siamo scoperte ‘separate alla nascita’, diverse ma uguali, con un difforme approccio alla vita, ma complementari.
Quella notte il rumore monotono del treno mi intontiva fin quasi a farmi prendere sonno. Dal finestrino le luci esterne, piccole, sparivano rapidamente come stelle cadenti, entrava solo il buio nero.
Ero sola nello scompartimento di seconda classe di quel treno che mi riportava a casa dopo un corso d’aggiornamento professionale. Decisi di tenere le luci abbassate, così da rilassarmi: abbassai leggermente lo schienale e distesi le gambe per stare più comoda. Chiusi gli occhi, mi accoccolai e mi predisposi al pensiero riflessivo che mi avrebbe portato, speravo, verso un sonno leggero.
– Accidenti! Tutto buio qui. Le luci ci sono per essere accese.
Una voce dal timbro mascolino mi fece immediatamente sussultare, schizzai letteralmente sul sedile abbassando le gambe, drizzai la schiena e aguzzai gli occhi.
Nella penombra potevo vedere una figura snella, infagottata in jeans e piumino lungo fino ai piedi, appesantita da borsone e zaino.
Mi alzai per accendere la luce e mi ritrovai davanti ad una donna che stava ingaggiando una severa lotta con i suoi borsoni che non volevano permetterle di entrare nello scompartimento.
– E’ finita la pace – pensai – Tu ti liberassi magari di quella sigaretta….-
Sembrava mi avesse sentito: con fare maschile mise in bocca la sigaretta che rimase penzoloni e socchiuse gli occhi.
A ripensarci mi viene da ridere così come venne da ridere a lei quando, nell’occasione, mi vide così sollecita.
– Paura eh? – spalancandomi un sorriso – ma non sono sempre così bastarda. Ciao, Gianna – allungando una mano verso di me.
E dopo aver sistemato, finalmente, le borse nel portabagagli superiore, si sedette, non senza, prima, aver abbassato nuovamente le luci.
Così iniziammo il nostro viaggio insieme, in tutti i sensi.
Seduta sul sedile davanti a me movendo nervosamente le gambe, lanciava distrattamente un’occhiata al finestrino e cominciò a parlare a chiedere.
Bla Bla Bla….
– Sai, io sono dell’ariete – disse ad un certo punto.
– Ariete? Anch’io. –risposi
– E allora saprai bene…. Una cascata di sorprese. E mio marito, invece, un cancro..Capirai bene: una tragedia! –
– Maddai! Scherzi – sembravo quasi interessata.
– Perché dovrei? –
– Perché anche mio marito lo è, Cancro. –
– Per fortuna, questione di giorni e il mio Cancro non lo sarà più, per me, marito. –
Non credo molto all’astrologia, ma in quel momento l’argomento rappresentava comunque un gancio per conversare, contenendo quella che avevo avvertito come un’intrusione.
E via via che il dialogo proseguiva ci stupivamo, senza mostrarlo, della somiglianza delle nostre vite con dettagli che coincidevamo.
Le battute del nostro dire sembravano portarsi l’una dietro l’altra, come una cordata di scalatori: nessun passo falso. E alla fine insomma il tutto si trasformò in un gioco.
La regola era cercare di indovinare certi eventi della vita dell’altra, e se la risposta era giusta ci additavamo ridendo a crepapelle.
E, oramai, ero attiva partecipante di quel gioco.
Coetanee con figli adolescenti, stavamo ridendo di vite per certi aspetti dolorose, che sembravano essere clonate.
Mi sarebbe piaciuto dirle:- Gianna, ti voglio già bene –
Lascio questo ricordo di un po’ d’anni fa, mentre mi porto, ormai alzata dal letto, in cucina.

Sono entrata in cucina dopo aver percorso il corridoio dal pavimento lucidissimo sul quale si aprono tutte le altre stanza della casa.
– Vuoi un caffettino? –
Gianna è già alzata, ha già in bocca la prima sigaretta della giornata e la aspira in modo profondo, com’è suo solito, le sue guance si ritirano verso l’interno e le sue labbra sonoramente lasciano scappare il fumo tutto insieme, una nuvola.
La cucina componibile di noce copre due delle pareti della stanza rettangolare, un’altra parete mattonellata giallo paglierino, ospita i disegni delle sue due figlie: sono i suoi quadri.
Le sue movenze ed i suoi gesti intorno alla macchinetta da caffè sono rapidi e svelti; si sposta velocemente dall’acquaio ai fornelli, aprendo e chiudendo gli sportelli della cucina, prelevando e posando ciò che le è necessario.
E’ a suo agio, si vede, è casa sua, ma mi devo ricordare che al campeggio è riuscita ad entrare ed uscire dalla doccia dei bagni maschili senza fare una piega, anzi, stringendosi in un minuscolo asciugamano e rivelandosi persino sexy.
La cucina conserva, nonostante che la porta del terrazzo sia aperta, l’odore acre del fumo delle sigarette della notte precedente. Siamo state fino alle cinque del mattino a parlare, con la sola compagnia della cioccolata calda e del caffè a fiumi, in questa notte invernale.
E’ toccato a me, stavolta, essere avvicinata dal suo modo pungente ed acuto di vedere le cose.
Miope.
– E’ inutile che t’inforchi gli occhiali, prima di tutto perché non lo sei, miope, e poi perché non vedi nulla, la tua vista è offuscata. –

“Non vedo nulla perché è notte, il buio mi avvolge come un plaid e non c’è, in cielo, una stella che filtri la sua luce dal vetro, che possa illuminare il mio corpo.
Nuvole chiare di colore grigiastro offuscano il cielo.
Il buio della notte avvolge la mia casa, una volta luminosa, l’ampia camera matrimoniale, la porta bianca dietro la quale mi sono seduta, sul pavimento di mattonelle chiare e fredde, ripiegata sulle gambe che racchiudo con le mie braccia.
Assenza di rumori, intorno: la grande finestra che occupa la parete è chiusa, impedisce a qualsivoglia rumore di entrare dall’esterno, la quiete della notte m’impedisce di riconoscere qualcosa di familiare, di conosciuto.
La parete laterale dell’armadio di noce quattro stagioni contro il quale si appoggiano le mie spalle ha perso ormai il suo odore di legno nuovo e non permette neanche agli indumenti che contiene di emanare nessun profumo.
Aspiro a piena polmoni per cercare di annusare un po’ dell’aria familiare di questa stanza, perché io possa ritrovare ciò che conoscevo un tempo, un giorno.
Brividi, solo brividi. La mia pelle si ribella al freddo che proviene dall’interno del mio corpo, file di pori rilevati si sentono al tatto e i peletti si inalberano. Sembra una pelliccia. Muovo le mani e i piedi, cerco di appoggiare il mio volto ormai scarnito su qualcosa che mi appartenga. Apro e chiudo il pugno della mia mano sinistra dove sono due piccolissime, minuscole pilloline bianche. Le percepisco, le conosco, ma non le vedo. Anche loro sono mie compagne.
Sento solo le mie ginocchia appuntite e la pelle di marmo. Cerco allora qualcosa d’estraneo a me che faccia in modo essere tramite tra l’anima e la materia.
Un’emozione, una sensazione può far sì che il mio corpo diventi un’altra volta mio, confidenziale, intimo.
Alzo lo sguardo verso la maniglia nera della porta mi potrebbe sostenere nel rialzarmi perché io possa intraprendere il cammino del ritorno.
Il nulla mi avvolge e mi coinvolge. E il nulla è il buio. Il buio è il silenzio. Il silenzio è immobilità.
I brividi si fanno sentire ancora di più. Indolenzimenti e intorpidimenti mi arrivano dai miei poveri arti. E mi fa male, mi fa male dappertutto. Sembra che mi abbiano messa in un angolo della stanza per picchiarmi in tanti, come il sacco di un pugile, mi sento tutta rotta, dappertutto,.
All’altezza dello sterno poi un dolore si fa sentire più di tutti, è acuto, un dolore penetrante come quando da piccoli si faceva una corsa al di sopra delle nostre forze e ansando ci mettevamo entrambe le mani alla sinistra del corpo, all’altezza della milza. Mi manca il respiro.
Non poggio le mie mani sul mio petto, ma resto in ascolto di questo dolore, cadenzato dagli attimi lunghissimi che passano, senza che accada nulla.
Mi attacco a questa sensazione di dolore fisico sottile per sentirmi viva; il dolore, vigliacco, mi viene a fare compagnia.
Ora, non sono più sola: con il dolore comincerò e continuerò il mio cammino. Ma io sono ferma, immobile, ripiegata su me stessa, ancora seduta su quella mattonella quadrata, chiara e fredda. E’ immobile il mio cammino.
Apro lentamente il pugno della mia mano sinistra e con l’indice tocco ancora una volta le due pilloline che se ne stanno buone buone nel palmo.”

Torno al mondo reale, senza filtri, rabbrividendo per le gelide sensazioni rivissute in un attimo.

Gianna continua a muoversi per la cucina, si è messa in testa di fare una cena per il “gineceo” stasera: noi due e le nostre figlie adolescentissime.
Continua nel suo dire, mentre lava l’insalata: -Mi chiedo perché porti le lenti a contatto, a volte. Hanno una funzione?- – Stella, per tornare a piacerti, non devi far altro che parlare con Ili, che è una gran brava persona e che non merita di essere trattata così. Insomma o accetti la situazione per quella che è o la cambi. –
– Comincia la lavata di capo? – replico – devo ricordarti che sei un’insegnante d’asilo nido e non una lava teste? –
Non mi ascolta nemmeno e mi viene da sorridere.
– Stronza. – mi dice, pronuncia la parola a denti stretti seppur allargando la bocca in un sorriso – Rideresti di una persona che annega?– è tagliente il suo tono.

La guardo seria, dritta negli occhi, con aria di sfida
– Sto ridendo di me. Lo posso fare. –
– Non ti è permesso, cara – sussurra sottovoce, in modo aspro ma spiccio, avvicinando la bocca al mio orecchio mentre guadagna la stanza in direzione della porta.
Non ribatto, mi limito a continuare a guardare le sue spalle. Lei mi sente. Sa che mi ha ferito. Sa che reagirò.
Quella domanda me l’ero già fatta chissà quante volte.

Mi mostra i miei stati d’animo, Gianna e scopro di assomigliarle.

Non riesco a reagire allo stesso modo, ma c’è lei a cui non sfuggo.

E’ lo specchio sul quale le mie domande diventano fluorescenti, lampeggiano, si mostrano.

Ciò mi dà forza.