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S.M. il CaCCiuCCo: Curiosità e ricetta

Allora, parliamo di quel piatto straordinario che è il cacciucco! Ma non chiamarlo “caciucco”, eh! Le “c” sono cinque, non quattro, e questo è fondamentale.
Questo nome ricorda il carattere dei livornesi: sanguigno e colorito, proprio come la zuppa stessa. Togliete una “c” e tutto vi sembrerà anemico e in bianco e nero.
Sai che l’origine del termine sembra avere radici lontane? Sembra infatti che abbia origini orientali.
In turco, “kuciuk” vuol dire “piccolo”, mentre in arabo, “shakshukli” si riferisce a una mescolanza.
Intorno a questa “zuppa di pesce” le storie sono tante.
La tradizione racconta che il cacciucco sia nato a Livorno, ma non dobbiamo dimenticarci dei legami con Pisa e la sua Repubblica marinara (e mi costa molto dirlo!) e le sue colonie in Oriente e in Africa.
Potremmo pensare che la tradizione del cacciucco sia arrivata dalle colonie pisane fino alla città di Livorno dove nel sedicesimo secolo è stato coniato proprio il termine di “cacciucco”.
La storia però ci racconta che Livorno, con le sue Leggi alla fine del 500, in quanto porto franco, fu libera di accogliere mercanti di qualsivoglia Nazione, garantendo qualsivoglia libertà: di culto, di religione e politica,di conseguenza non è difficile pensare che personaggi orientali abbiano toccato terra livornese, inondandola di odori e sapori orientali.
Il cacciucco potrebbe essere originariamente nato sulle banchine e servito ai vogatori delle galere, giusto per tenerli ben nutriti mentre remavano, mentre c’è chi racconta anche che il cacciucco sia nato per mano del custode del Faro nel periodo in cui, sulla costa, a causa delle “febbri di Livorno” nessuno voleva soggiornare o insediarsi.
Sarebbe bello pensare che il custode del Faro abbia inventato questa deliziosa zuppa per evitare che il suo lavoro diventasse noioso.
Certo è che né i vogatori delle galere né altri avrebbero potuto lamentarsi: il cacciucco è infatti la più raffinata e profumata mescolanza di pesce della nostra cucina, che i livornesi difendono a spada tratta. Perché non è la solita “zuppa di pesce”.
Esiste anche un’altra storia, che sembra uscita da un vecchio libro di fiabe e che, per il suo contenuto, sembra testimoniare il legame della popolazione con questo piatto.
“Immagina una giornata di sole a Livorno, dove il profumo del mare si mescola con quello del pane caldo. Ma, purtroppo, non tutto è sereno. In un tempo lontano, una famiglia viveva vicino al porto. Il papà, un abile pescatore, era il cuore della casa. Ma il mare, a volte così affascinante, si rivelò anche pericoloso, e un giorno, il povero padre affogò tra le onde.
I piccoli orfani, teneri e disperati, si decisero così a cercare aiuto tra gli amici del papà, quei pescatori con cui lui trascorreva ore di chiacchiere e risate. E si sa come sono i livornesi, giusto? Sempre pronti a tendere una mano.
“Prendi un po’ di pesce da me!” disse uno. “Prendete anche questi pomodori freschi!” aggiunse un altro. Gli amici del pescatore si unirono per donare ciò che avevano: ogni pesce, ogni ingrediente contribuì alla causa di quei bambini. E così, con l’aiuto di tutti, la mamma preparò un piatto per loro. Mentre cucinava, mescolava l’acqua, il pane raffermo, i pomodori e le erbe dell’orto. Non ci voleva molto per capire che stava nascendo qualcosa di speciale, un piatto capace di riunire i ricordi e dolci sapori. Quando finalmente il cacciucco fu pronto, il profumo si diffuse e sembrò che il dolore della perdita fosse meno intenso”.
Sebbene il cacciucco sia, e sia stato, parte integrante della cucina livornese, negli anni, la pietanza si era un po’ allontanata dal desco dei livornesi. Le cause? Diverse: le dieta, le abitudini alimentari, meno tempo da trascorrere in cucina (come minimo un paio d’ore,) alcune tipologie di pesci che, ormai, si trovavano difficilmente…
Nel ’98 accadde che i livornesi, con il sindaco in prima fila, si siano uniti in una vera e propria battaglia per difendere la pietanza da una versione precotta e surgelata di una nota azienda alimentare. Sembrò un oltraggio, la polemica si accese e il giornale locale ospitò in prima pagina gli articoli denuncia.
Fu un gesto d’amore per la propria tradizione e per il cibo che rappresenta un’identità, per dire che il cacciucco non è solo un piatto: è un simbolo che, con il passare del tempo, è diventato sinonimo di comunità, amicizia e resilienza.
Siamo così orgogliosi che adesso abbiamo trovato un altro modo per tramandare la tradizione: il Cacciucco Pride (https://cacciuccopridelivorno.it) . Sulla home del sito si riporta questa frase:“ Cacciucco Pride non è una sagra, ma “LA FESTA” della gastronomia integrata con le unicità della città” (n.d.r. la mia).
Ma, a questo punto, credo sia venuto il momento di parlare di ciò che rende il cacciucco così speciale.
La ricetta tradizionale richiede almeno 13/16 tipologie di pesce, e solo pesce freschissimo.
La regola d’oro è: niente pesce congelato! Nella pentola, dovrebbero trovarci seppia, polpo, palombo, grongo, murena, cappone, scorfano, gallinella, ghiozzo, bavosa, boccaccia, cicala, sugarello, anguilla, dentice e branzino e tanta altra bontà del mare; in realtà però alla fine sono 6/7 le tipologie ittiche presenti, in base anche al pescato fresco quotidiano. Ci possono anche essere cozze e vongole, ma i veri puristi ti diranno che il piatto dovrebbe includere i pesci che non raggiungono nemmeno il mercato, ma che possiamo trovare, però, sulle banchine dei porti.
Che ne dite, vi andrebbe di gustare un buon cacciucco? Allora, amici miei, ve l’ho scritto in tanti modi diversi: questa in un’avventura culinaria che profuma di mare e di tradizione, ogni boccone racconta una storia.
Non è solo una ricetta, ma un’esperienza che vi porterà direttamente a Livorno, al suo porto e alle sue onde.
Prima di tutto, prendetevi un momento per rilassarvi. La cucina richiede pazienza e passione, lo sapete no? Non dobbiamo avere fretta. Dovrete dedicare almeno un paio d’ore alla preparazione: pulire il pesce, tagliarlo con cura… Ricordatevi che ciascun pesce ha il suo tempo di cottura.
Per esempio, il polpo lo metterete in pentola per almeno un’ora, un’ora e venti se volete che sia tenero. La seppia, invece, non ha bisogno di così tanto; potete metterla tranquillamente con il polpo dopo circa 20 minuti. E così via per gli altri pesci: ognuno ha la sua danza da fare in questo grande pentolone di sapori.
Il trucco? Inserire gli ingredienti al momento giusto, senza fretta e attenzione e cura.
Una veglia continua se non si vuole avere un polpo gommoso o una seppia molliccia.
Iniziamo.
Mettete a soffriggere in un fondo d’olio aglio, salvia e peperoncino (Non credete alle malelingue che mettono la cipolla!).
Prima di tutto, prendete i pezzi di polpo e lasciateli rosolare bene in una pentola. Bene sarebbe che siano belli grondanti dell’acqua nel quale li avevate sciacquati. Coprite e fate cuocere per circa 20 minuti. Dovrebbero assumere un bel colore viola. Se vi sembra che si stiano asciugando troppo, non esitate a mettere un po’ d’acqua.
Adesso è il momento di aggiungere le seppie e il pomodoro, insieme all’acqua calda (altrimenti perde il bollore), tutto a coprire. Questa parte richiede un po’ di pazienza: lasciate cuocere per mezz’ora. Ricordate: non aggiungete il sale subito, perché rischiate di indurire il polpo!
Un trucco che voglio darvi: cercate di tagliare i tranci di polpo e seppia, e i pesci, più o meno delle stesse dimensioni. In questo modo cuoceranno in modo uniforme. Una volta che il tutto ha ripreso a bollire, potete togliere il coperchio e girare di tanto in tanto, per assicurarvi che tutto si cucini alla perfezione.
Dopo 45 minuti, è tempo di accogliere il palombo. Mettetelo in pentola per farlo cuocere per altri 15-20 minuti. Fate attenzione a separare il palombo, il polpo e le seppie in sezioni diverse, così quando andrete a impiattare sarà tutto più facile e ordinato.
Alzate la fiamma per far riprendere il bollore e coprite di nuovo. Dopo 5-10 minuti, è il momento di girare il pesce. Adesso potete aggiungere cicale e cozze. Assicuratevi che il fuoco sia bello alto, in modo che tutto bolla bene. Coprite di nuovo e lasciate cuocere per altri 5-6 minuti.
Finalmente, è il momento del sale! Aggiungetelo con una bella spruzzata, scuotete il pentolone coperto e lasciate riposare per 15 minuti. Questo passaggio è fondamentale: i sapori si amalgameranno e sarà un vero spettacolo per il palato.
Ecco fatto!
Il cacciucco è pronto. Deve essere piuttosto brodoso. Mettete le fette di pane abbrustolite e agliate sul fondo delle scodelle. Io, procedo, così: sul pane agliato metto le seppie e i polpi tenerissimi, il palombo, bianco e tenerissimo, a guarnire cicale e cozze e poi è la volta del brodo che sa “di mare”.
Quindi, indossate il vostro grembiule, mettete su del buon jazz o una melodia italiana, e lasciatevi trasportare.
Buon appetito, buon divertimento e soprattutto buon cacciucco.
Ah! N.B.non azzardatevi ad accompagnare un piatto così saporito con il vino bianco (che ci vuole per il pesce). Qui ci vuole un vino rosso, corposo.
Per fare due risate:
una donna del rione Borgo Cappuccini porta il figlio di sei mesi dal medico, in ambulatorio. Il bambino ha il volto paonazzo, suda, sembra debba venirgli un colpo da un momento all’altro. «Gli faccia qualcosa, dottore!», implora la donna allarmata. Il medico lo visita, gli palpa il pancino rigonfio, chiede alla mamma cosa gli ha dato, cosa gli ha fatto bere. «Appena mezzo bicchiere di vino», risponde serafica. «Ma è impazzita? – esclama il medico – del latte gli deve dare!». «Dottore, mi faccia il piacere! Il latte, dopo il cacciucco?».

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Triglie e seppie

Devo telefonare a Gianna, penso, ma adesso ho le mani sporche di pesce. Appena ho finito di pulire tutto, lo farò.
Lo squillo del telefono interrompe il mio pensiero. No! Dai! Ora no! Vabbè non rispondo, ma Ofelia mi suggerisce: e se fosse qualcosa d’urgente?
[Vi presento Ofelia … Ofelia abita con me da un bel po’ di tempo (fai prima a dire da quando sei nata) e, francamente, non capisco come mai resistiamo perché non siamo d’accordo mai su nulla, ma proprio nulla, eh????]
Il telefono continua a squillare, mi arrendo, mi sciacquo rapidamente le mani, me le asciugo a malapena e rispondo:
<< Si può? Che fai? Stai cucinando? – La voce di Gianna arriva come una melodia familiare e, anche se non è un buon momento, è la benvenuta, sempre.
<< Ciao Gianna! – Urlo quasi, come se volessi far sentire a pieno la gioia che provo nel sentirla. – Sì, sto cucinando, sai che a casa mia non si fa altro che mangiare … Ci sono i lupi … Oggi sono impegnata nel menù tipico: riso nero di seppia e triglie alla livornese. Come va? Stai bene? Ma sai che stavo per chiamarti? –
<< Sto bene, direi di sì, e tu?
<< Solite cose…
Sto tagliando le seppie a pezzetti, tenendo la cornetta del telefono vicino all’orecchio con una spalla
<< Spero proprio di non perdere tutta la mia verve, e tu? Dai, raccontami un po’ qualcosa, rapida eh però! Rischio di rovinare il pranzo! -. La ammonisco, Gianna sembra sorridere, anche se non la posso vedere.
<< Io direi che in generale va tutto bene, soliti piedi di piombo. Sai Stella, continua, ho parlato con Gisella, non posso far finta di niente, in fondo mia figlia ha quattordici anni.
<< Ah sì? E allora…. Dai non mi tenere sulle spine, forza, racconta!
Ho già pulito anche le triglie, meno male, sarebbe stato difficile farlo in questa situazione, ma anche se le mie mani sono ancora sporche di pesce, non posso rinunciare a questo momento di confidenza e complicità.
<< Ieri sera Paolo è venuto a cena … da tipo semiufficiale della mamma. Alla piccola no, non ho ancora detto niente. Non so cosa può capire.
Gianna gongola mentre ne parla e io sorrido insieme a lei.
<< Brava, credo tu abbia fatto la cosa giusta.
<<Mah… Lo spero…anche se… Ste’… – sospende il suo dire e io cerco di anticiparla.
Chi vivrà vedrà! Gianna lascia un po’ andare tutto come va.
<<Avrei voglia di parlarti. Quand’è che possiamo stare io e te un po’ da sole? Sai, i dubbi, le incertezze… Che casino, Ste’… Non è un casino con lui, ma spesso il difficile è capirlo…
<< Ma dai davvero? Strano, siamo sempre così sicure di noi stesse, noi! – l’accento è duro sul secondo “noi”, mentre lo dico. So bene quanto siamo brave io e Gianna a spararci idee malsane, quasi fossimo incapaci di star bene, come se vivere, per noi, fosse l’equivalente della sofferenza e nient’altro.
Cerco di buttarla sul ridere, tento di sdrammatizzare, avverto l’odore dei problemi, che si confonde con quello dell’aglio e della cipolla che stanno sfrigolando nell’olio, insieme al peperoncino, in ogni tegame: per il riso e per le triglie, anche se, al momento, mi sembra alquanto complicato portare avanti la cottura contemporaneamente, il dialogo con Gianna mi impegnerà. Devo impormi di tagliare la conversazione a un certo punto.
La prendo in giro, ma lo faccio solo per sdrammatizzare e ironicamente mi sento dire:
<< È strano anche che tu voglia capire!
<< Stella, pensa da dove arrivo io e da dove arriva lui, quarant’anni di roba sulle spalle, eccetera, eccetera.
<< Gianna, hai detto alle spalle, no?
<< Già, ma riemergono, fanno parte di noi, Ste’, e poi io sto sempre aspettando. SI lascerà andare alla fine? O non lo farà mai?
<< Mah, credo che non si possa accettare di amare una persona con l’intenzione di cambiarla.
<< Lo so, Ste’, ed è da qui che nascono i dubbi. Mi basta? Cercavo qualcuno, Ste’, e non ridere daiiii, con il quale compenetrarsi, forse è il termine sbagliato o no?
<< No, non è sbagliato. In questo caso, se fossimo nella sua magica cucina, mi verrebbe da cantare e, anche se siamo al telefono, lo faccio lo stesso.
<< Io cerco la Titina, la cerco e non la trovo, Titina mia Titina, chissà dove sarà?
La voce esce ovattata, perché sto con la testa infilata nella dispensa, telefono in spalla compreso, cercando il barattolo della polpa di pomodoro: “porca miseria, non ho pomodoro, Possibile? Cavolo e ora come faccio? Per le triglie il concentrato non va bene… Ma sì, mi ricordo bene, ieri sera li ho comprati al supermercato! Dove li ho messi?”’
<< Eccola che scherza, lei, ma mi stai parlando dall’oltretomba?
<< Gianna, te l’ho detto che sto cucinando no? E comunque, Paolo è così. Lo è anche nel rapporto d’amicizia, se in questo modo si può chiamare, che abbiamo, io e lui.
<< Già, e quindi, mi devo accontentare…
Non ce la fa proprio a stare zitta quando parlo, non ce la fa e commenta e chiosa e dice: ufffff
<< Paolo, l’ascoltatore.
“Ah! Eccoti, pomodoro! A noi due! Ti ho trovato, finalmente! “
Riemergo dalla dispensa e mi accingo ad aprirlo, per versarlo nella padella insieme all’aglio e alla cipolla che hanno rischiato di bruciare!”
<< Infatti Gianna: Paolo è un uomo che sa ascoltare e non mi sembra poco.
Metto le seppie a cuocere nella casseruola per farle insaporire, aggiungo il concentrato di pomodoro e un po’ di vino bianco. Salo quanto basta [Ofelia: poco]. Devo lasciarle rosolare piano piano.
<< Ma Ste’, non è amicizia per me, ti pare possa bastare? Può bastare a un amico. E lì casca l’asino, a volte è comodo ascoltare e tacere.
<< Aspetta, furiosaaaaaa, fammi finire. La sensazione è che taccia per non giudicare. Senti Gianna, se proprio ti devo dire la verità, a volte Paolo incute un po’ di timore anche a me, ma forse è una cosa soggettiva, che dipende da me e dal rapporto corrotto che ho con gli uomini… Ma, devo aggiungere che non credo sia un estremo senso dell’umorismo pensare che è un uomo intelligente e pronto a mettersi in discussione, insomma, Gianna, cerchiamo, di vedere le cose a tutto tondo e come realmente stanno
<< A volte mi sento frenata con lui. Non vuole che si entri nel suo intimo, è un discorso già fatto. Proprio quel che mi ci voleva e io a che cosa servo?
Le seppie stanno rosolando, le tengo d’occhio, accendo di nuovo l’altro fornello, l’aglio riprende a sfrigolare, abbasso la fiamma, occhi attenti sui due fuochi.
I quattro etti di riso sono ospitati da una scodella, pesati e preparati (a questo ha pensato Ofelia, per una sua assurda abitudine metodica: prepara sempre prima gli ingredienti nei recipienti accanto a me, [tranne il pomodoro eh? Scema]). Stanno per diventare protagonisti, si tufferanno nella pentola.
Intanto rovescio nel tegame delle triglie i pelati, non ho i pomodori freschi, sarebbero andati bene anche quelli, anzi, forse, sarebbero stati più adatti. Aggiungo il sale e il pepe.
<< Mi stai ascoltando vero?
Sono completamente immersa nella preparazione del pranzo, ma allo stesso tempo desidero ascoltare e supportare Gianna.
<< Scusa Gianna…. Ora dovrei ……
<< No, Ste’, dai, piccolo sfogo. Ti dico quel che vorrei, perché tutto fosse perfetto, per non farmi prendere, come purtroppo succede, dalla malinconia.
Continua, non mi ascolta, mi innervosisce quando non mi lascia esprimere i pensieri al completo cerco di calmarla e di ricondurla alla ragione, non sempre ci riesco, è tosta ([Ofelia fa capolino: come te, d’altra parte, te ne sei dimenticata?)]
<< Ehi ehi ehi, Calmaaaaaaaaaaa! Siamo in crisi nera? Datti una calmata…… sto cucinando! –
Aggiusto il fuoco della salsa per le triglie dopo aver un minimo d’acqua, [(sì, Ofelia, devo essere precisa, mezzo bicchiere, va bene????uffa!!!)], fuoco lento, dovrà bollire per una ventina di minuti e visto che sono impegnata, meglio non correre il rischio di far bruciare tutto.
E sistemo anche il pensiero su Gianna che continua imperterrita a sventolare parole [(Ofelia mi sta guardando in cagnesco)]
<< Perché non debba, per sfogarmi con un sano pianto, pensare a qualcuno per il quale ero una dea, zitta Ste’! mi raccomando non te lo lasciar scappare questo pensiero. Ho ricominciato a lavorare, rendo l’idea? Sarò la persona più importante per lui? Chissà! Sto parlando di Paolo. Ma me lo dice? Condividiamo? Solito discorso. Sta scema che vuole entrare negli altri, ma gli altri non glielo permettono, off limits.
<< Mi vuoi dire che non è facile l’impresa. Ok, ho capito, Gianna, dovremmo affronta….
<< Eccerto che non è facile…. Non m’illudevo certo di fare una passegg…- la interrompo
<< Gianna, benedetto il cielo, costruire qualcosa non è mai facile, soprattutto a quest’età e con tutte le cicatrici che abbiamo addosso. Questo però è un argomento di cui parlare una delle pross……
<< Vorrei la conferma Ste’, che per lui sono la persona più importante, come sempre, dammi della bambina
“Chicchi belli, siete pronti? Dentro! Abbronzatevi con queste belle seppioline. Sfumo con mezzo bicchiere di vino bianco. Rimesto il riso e i miei pensieri per fare in modo di ottenere l’amalgama è [(Ofelia: solo per il riso eh?)]. È il turno del ramaiolo di brodo di pesce, [(preparato da Ofelia in precedenza)] per il riso che lo assorbirà. Continuo a rimestare e adesso, qualcuno mi aiuti [(Ofelia!!!!)], che tocca al nero di seppia. È un po’ un casino farlo uscire dalle vesciche con il telefono ancora attaccato all’orecchio, tenuto da una spalla, ma ci riesco! Una fettina di scorza di limone, evvai! La mia autostima sta crescendo.”
<< Come faccio a darti della bambina se anch’io lo sono? Prendi la barbie, si gioca! –
Ridiamo fragorosamente, davvero come due bimbe
“Un occhio alla triglie’s sauce (autoironia), è tutto ok, sono quasi pronte. Mancano all’incirca cinque minuti, altro ramaiolo di brodo, che deve essere aggiunto ogni qualvolta il precedente sarà assorbito. Il riso non deve mai asciugarsi”
Il rumore delle stoviglie che vengono tolte dalla lavastoviglie e messe di volta in volta al loro posto o sulla tavola, giunge anche al di là del filo del telefono.
<< Lo so Ste’, ecco perché queste cose le dico a te. Anche se mi rendo conto che forse non è il momento adatto. Hai da fare vero? –
“Nooooooooo!” – penso e dico: <<effettivamente, te l’ho detto prima, sarei un po’ impegnata, sarebbe meg….
<< E allora dillo ci sentiremo quando la signoria vostra è libera –
Lo sapevo! Lo sapevo! La sento sbuffare, soffiare fuori il fumo dell’ennesima sigaretta come se mi volesse bruciare insieme al pranzo … Mi metterei a piangere!
<<Eddai Gianna, ora anche permalosa, se mi chiami di domenica mattina alle 12 come puoi pretendere che sia libera. Ti seguo nel tuo ragionamento, ma credo che l’argomento meriterebbe ancora maggiore attenzione, tutto qui. –
Non desiste, non si è impermalosita e continua:
<< È affettuosissimo Per non parlare dal lato fisico! Non so che mi prende con lui fossi mai stanca e questo mi preoccupa È compensazione? Riesco a sentirlo mio solo in quei momenti! Fossi riuscita a chiederglielo come sto facendo con te. Mannaggia!
A questo punto, alzo le mani, m’arrendo e intanto rimesto ancora bene il riso, devo farlo spesso perché non attacchi sul fondo. [(Ofelia: Il riso che sa d’attaccato è tremendo)].
<< Aahahahahah –
Scoppio in una risata spontanea e fragorosa, perché quando ci mettiamo a parlare di sesso, io e Gianna, non lo facciamo proprio nel modo convenzionale delle donne, ma lo facciamo in modo aperto.
<<Non t’avrebbe lo stesso risposto, t’avrebbe solo guardato sorridendo ironicamente oppure facendo ironia su sé stesso.
<<Mi avrebbe detto come quando gli chiedo se è tutto normale ‘Ma finché ci va, dov’è il problema? ‘Razionale del cavolo!
<<Esatto! Paolo è un razionale, esatto!
<<Cazzoooo! – adesso urla – lo volevo abbandonato, non razionale e, lo stronzo mi ha fatto intravedere di potersi abbandonare e poi? Retromarcia tattica?
<<Ma vedi, questo è un modo per difendersi, vedere ciò che ha. (la certezza del futuro chi ce l’ha?) non è una tattica, è solo la dimostrazione che le persone non possono cambiare, tutto qui. Come farebbe un disgraziato d’uomo a cambiare noi? Me lo dici? Non è facile stare con noi, molto meno che con altre donne.
<<Quindi o prendere o lasciare o non pensarci?
<<Direi che potrebbe essere molto positivo fare come fa lui, e cioè prendere ciò che hai
<< Iooo? Sarebbe a dire?
<< E lasciami finire un pensiero, dicevo: vivilo come vuoi tu, come in una sorta di mediazione
<< Ma io vivo in modo diverso da lui
<< No, tu lo devi vivere come ti senti di viverlo, cioè passionalmente
<< Cazzo, non era quel che volevo! Questo è vivere solo a metà. È da me?
<< È da te
“Sospiro e prendo le triglie, ad una ad una per adagiarle nel tegame con la salsa. Sono dodici e siamo in quattro. Tre belle triglie da un etto l’una per ciascuno. E sono proprio belle, l’ho già detto e poi, ragazzi, sono di scoglio! Le triglie cuociono alla svelta. Gli accorgimenti da usare sono pochi e meno male, mi vien da dire, data la conversazione alquanto impegnativa, per usare un eufemismo.
È la loro qualità che conta e dipende dalla stagione in cui si pescano e da cosa hanno mangiato. Le lascio scoperte devono cuocere dieci minuti senza essere girate. [(Ofelia: basta smuovere un po’ la padella)]”
<< E perché non sto bene fino in fondo? A volte gli sparerei tante di quelle domande a bruciapelo, forse da amici lo facevo, ma ora……..
Occhi fissi sulle triglie, ferma impalata davanti alla cucina, la mano destra mescola, questa conversazione deve avere termine.
<< Gianna, ti devo fare una domanda importante, e anche conclusiva, perché davvero, adesso, dobbiamo chiudere: posso procedere? – mi fermo nel mio almanaccare in cucina, le triglie sono pronte, metto il coperchio: Gianna resta in silenzio, credo d’immagini cosa le sto per chiedere, ma con me non può barare
<< Vai, Ste’
<< Gianna, ne sei innamorata?
<< Non ancora Ste’ non riesco a dire che a dirgli che lo amo
<< Lo sapevo, l’ho sempre saputo, l’ho sempre sentito! Sai che c’è? Che noi donne, in particolare noi due (sempre le particolari vogliamo fare) ci facciamo fregare ogni volta………..
Ed ho ottenuto l’effetto contrario, ahimè! Adesso è estremamente interessata, sento gli sbuffi di fumo dall’altra parte (quante sigarette avrà fumato nel frattempo?) non credo che sia sempre la stessa dall’inizio della conversazione.
<< Continua – mi incita
…<<……..Dal desiderio di “dare” infinitamente dare, continuamente dare, disperatamente dare, disperdendo la nostra energia, donando la nostra energia, solo così, quando saremo svuotate, ci sentiremo davvero a posto, gratificate; questo è il nostro modo d’amare.
Glielo spieghi tu?
<< A chi? A Paolo?
<< Sì
<< Oddio, se proprio lo devo fare lo faccio……e, in ogni caso, finendo, dico che forse questo non è giusto. “quella carezza sulla testa” che vogliamo, ci frega! Dovremmo solo imparare ad amare in modo più egoistico.
<< Esiste un corso?
(caspita Gianna, è una fatica esagerata cercare di esprimere un pensiero per te e soprattutto con te)
Vivere la persona per quello che è. C’è bisogno davvero di sentirlo tuo? Te la sei fatta questa domanda?
<< Per essere completa?
<< Sì
<< Ti è assolutamente indispensabile?
<< E perché aspetti lui per essere completa? Non sei già completa, tu? Quasi perfetta, oserei dire
<< Evidentemente no
<< Questa è la tua sensazione, tu pensi di non esserlo, ma lo sei
<< Sto cazz, ehm
<< Sei un essere umano completo, io ti conosco, non mi puoi mica imbrogliare
<< Invece sì, se mi manca un pezzo, l’incastro, son di coccio, continuerò a cercare, la cercherò sempre, Ste’, è una maledizione cazzo, Ste’, se siamo uguali sai che voglio dire, per me è un vuoto.
<< Ma non ti accorgi che ce l’hanno voluto far credere! Tu che sei di coccio, la devi smettere di cercare e ti devi convincere che sei completa e vivi!
Torno al tegame con le triglie per assicurarmi di non aver fatto danni, lo tentenno finché il sugo non le ricopre. Per il riso manca pochissimo, spengo tutto e metto il coperchio per mantenerlo umido, se poi ce ne sarà bisogno aggiungerò un po’ di fumetto di pesce.
<< Aspetta che ti leggo una cosa che ho scritto due notti fa, devo trovarla, l’ho trascritta sulla mia agenda non mi posso dimenticare di ciò che scrivo, per me è importante
Mi sposto dalla cucina al salotto, dove c’è l’angolo con il mio pc, le mie penne, i miei block notes, la mia agenda
<< Ecco, – aspetta eh – cerco e trovo la pagina e leggo.
“Io credo che vivere sia prendere le cose per quelle che sono e impegnarsi a per riuscire a stare meglio e, se staremo meglio insieme, sarà davvero vivere. Vivere è anche prendersi il tempo necessario per dirci quello che ci capita, senza l’imbarazzo di ferirsi. È avere consapevolezza di non perdersi. Voglio mangiare la torta piano piano.’
<< Appunto! conferma Gianna.
<< E virgola – ribatto io
<< Se la leggi dalla mia parte è quel che vorrei ma sarà mai realizzabile un insieme con Paolo?
<< Tesoro mio, io questo non lo so e non te lo potrò mai confermare, vuoi che gliela facciamo leggere? Gli mandiamo una email con a scusa di cercare consigli?
<< Sai cos’è? Che ti darà consigli ma non l’assorbirà per sé, ci scommetti? Sai quante volte si parla di situazioni simili alle sue con altra gente, è capitato di parlare di argomenti che potevano colpirlo ma sembra che tutto gli passi sopra
Torno in cucina prendo la grattugia (non posso usare quella elettrica) e mi accingo a grattugiare il parmigiano. Per attenuare il sapore acuto del nero di seppia, c’è chi aggiunge del parmigiano al risotto servito in tavola. I buongustai dicono che il contrasto di colore accresce l’appetito
<< Ha una corazza, una corazza per difendersi eppure si legge gioia nel guardarti nel viverti credimi io lo avverto questo
<< Ste’ lo spero e io che sono in questa situazione mi sento ancora così insicura
<< Io lo sento questo se poi sia vero o no, Gianna, non te lo so dire. Sai la palla di vetro la consegnano solo con la promozione al secondo corso di lettura del pensiero. Io sto ancora frequentando il primo e non è che studi molto
Le faccio percepire il sorriso e l’ironia e un’ultima sbuffata di fumo sembra avvolgermi. C’è un sospiro nel mezzo.
<< Vorrei tanto parlare con lui così come parlo con te
<< Beh, mettigli una parrucca con i capelli lunghi e biondi e vedi se ti riesce. Gianna! Devo andare adesso, davvero! Mi farai avere aggiornamenti?
<< Ma certo non ti preoccupare, mi faccio sentire. Sai che facciamo un po’ per uno Ci complementiamo. Ma, Ste’, si dice così? Ahahahah.
<< Ciao Gianna, Baci alle bimbe.
Metto la vaschetta con il parmigiano grattugiato in tavola.
L’ultimo atto sarà aggiungere un po’ di prezzemolo tritato (sì, anche questo era stato preparato prima da Ofelia) sulle triglie. Controllo il riso, tutto a puntino. Il pranzo è salvo, i pensieri anche, una doccia?
Sì, ce la faccio
Suona il campanello di casa, vado ad aprire
Ragazzi sono un po’ in ritardo, baci baci baci, facendo volare la mia mano dalla bocca verso tutti loro, sul tavolo troverete tutto l’occorrente per apparecchiare.
I figli capiscono e gradiscono.
L’acqua è come la parola: aiuta! (Ofelia: se non ci fossi stata io!).