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Gianna – l’amica scomoda

– Stella, sono Gianna – la voce mi arriva metallica dal cellulare.
– Che c’è? – riconosco immediatamente il tono umorale che mi rimanda dalla cornetta.
– Sono in crisi. Fin quando potrò scappare? Fin quando potremo bastarci?-
Mi parla del suo nuovo amore, Gianna, amore a distanza.
– Calma, calma. Cerca di razionalizzare. Le cose vanno in questo modo, ora. Siete lontani, è vero, ma poi in futuro…-
La frase rimane incompleta, m’interrompe.
– Ma quale futuro? Fin quando durerà. Io voglio vivere qui. Ora. Voglio vivere sperimentando. –
– La sperimentazione richiede tempo e prove lo sai? –
Dal sonno mi ritrovo sul campo di battaglia.
– Gianna, aspetta, lasciami svegliare, sono ancora a letto. –
– E che cavolo ci fa una madre di famiglia alle dieci di domenica mattina sempre a letto?-
Ecco, gli stati d’animo di Gianna hanno percorso tutti i duecento chilometri di distanza che ci separano sgorgano puri, angolosi, dal ricevitore.
– Sei un’amica scomoda lo sai? Ti richiamerò – e la comunicazione s’interrompe.

Gianna. Il trauma fu senza dubbio fortissimo; ci siamo incontrate al buio, senza vederci e ci siamo scoperte ‘separate alla nascita’, diverse ma uguali, con un difforme approccio alla vita, ma complementari.
Quella notte il rumore monotono del treno mi intontiva fin quasi a farmi prendere sonno. Dal finestrino le luci esterne, piccole, sparivano rapidamente come stelle cadenti, entrava solo il buio nero.
Ero sola nello scompartimento di seconda classe di quel treno che mi riportava a casa dopo un corso d’aggiornamento professionale. Decisi di tenere le luci abbassate, così da rilassarmi: abbassai leggermente lo schienale e distesi le gambe per stare più comoda. Chiusi gli occhi, mi accoccolai e mi predisposi al pensiero riflessivo che mi avrebbe portato, speravo, verso un sonno leggero.
– Accidenti! Tutto buio qui. Le luci ci sono per essere accese.
Una voce dal timbro mascolino mi fece immediatamente sussultare, schizzai letteralmente sul sedile abbassando le gambe, drizzai la schiena e aguzzai gli occhi.
Nella penombra potevo vedere una figura snella, infagottata in jeans e piumino lungo fino ai piedi, appesantita da borsone e zaino.
Mi alzai per accendere la luce e mi ritrovai davanti ad una donna che stava ingaggiando una severa lotta con i suoi borsoni che non volevano permetterle di entrare nello scompartimento.
– E’ finita la pace – pensai – Tu ti liberassi magari di quella sigaretta….-
Sembrava mi avesse sentito: con fare maschile mise in bocca la sigaretta che rimase penzoloni e socchiuse gli occhi.
A ripensarci mi viene da ridere così come venne da ridere a lei quando, nell’occasione, mi vide così sollecita.
– Paura eh? – spalancandomi un sorriso – ma non sono sempre così bastarda. Ciao, Gianna – allungando una mano verso di me.
E dopo aver sistemato, finalmente, le borse nel portabagagli superiore, si sedette, non senza, prima, aver abbassato nuovamente le luci.
Così iniziammo il nostro viaggio insieme, in tutti i sensi.
Seduta sul sedile davanti a me movendo nervosamente le gambe, lanciava distrattamente un’occhiata al finestrino e cominciò a parlare a chiedere.
Bla Bla Bla….
– Sai, io sono dell’ariete – disse ad un certo punto.
– Ariete? Anch’io. –risposi
– E allora saprai bene…. Una cascata di sorprese. E mio marito, invece, un cancro..Capirai bene: una tragedia! –
– Maddai! Scherzi – sembravo quasi interessata.
– Perché dovrei? –
– Perché anche mio marito lo è, Cancro. –
– Per fortuna, questione di giorni e il mio Cancro non lo sarà più, per me, marito. –
Non credo molto all’astrologia, ma in quel momento l’argomento rappresentava comunque un gancio per conversare, contenendo quella che avevo avvertito come un’intrusione.
E via via che il dialogo proseguiva ci stupivamo, senza mostrarlo, della somiglianza delle nostre vite con dettagli che coincidevamo.
Le battute del nostro dire sembravano portarsi l’una dietro l’altra, come una cordata di scalatori: nessun passo falso. E alla fine insomma il tutto si trasformò in un gioco.
La regola era cercare di indovinare certi eventi della vita dell’altra, e se la risposta era giusta ci additavamo ridendo a crepapelle.
E, oramai, ero attiva partecipante di quel gioco.
Coetanee con figli adolescenti, stavamo ridendo di vite per certi aspetti dolorose, che sembravano essere clonate.
Mi sarebbe piaciuto dirle:- Gianna, ti voglio già bene –
Lascio questo ricordo di un po’ d’anni fa, mentre mi porto, ormai alzata dal letto, in cucina.

Sono entrata in cucina dopo aver percorso il corridoio dal pavimento lucidissimo sul quale si aprono tutte le altre stanza della casa.
– Vuoi un caffettino? –
Gianna è già alzata, ha già in bocca la prima sigaretta della giornata e la aspira in modo profondo, com’è suo solito, le sue guance si ritirano verso l’interno e le sue labbra sonoramente lasciano scappare il fumo tutto insieme, una nuvola.
La cucina componibile di noce copre due delle pareti della stanza rettangolare, un’altra parete mattonellata giallo paglierino, ospita i disegni delle sue due figlie: sono i suoi quadri.
Le sue movenze ed i suoi gesti intorno alla macchinetta da caffè sono rapidi e svelti; si sposta velocemente dall’acquaio ai fornelli, aprendo e chiudendo gli sportelli della cucina, prelevando e posando ciò che le è necessario.
E’ a suo agio, si vede, è casa sua, ma mi devo ricordare che al campeggio è riuscita ad entrare ed uscire dalla doccia dei bagni maschili senza fare una piega, anzi, stringendosi in un minuscolo asciugamano e rivelandosi persino sexy.
La cucina conserva, nonostante che la porta del terrazzo sia aperta, l’odore acre del fumo delle sigarette della notte precedente. Siamo state fino alle cinque del mattino a parlare, con la sola compagnia della cioccolata calda e del caffè a fiumi, in questa notte invernale.
E’ toccato a me, stavolta, essere avvicinata dal suo modo pungente ed acuto di vedere le cose.
Miope.
– E’ inutile che t’inforchi gli occhiali, prima di tutto perché non lo sei, miope, e poi perché non vedi nulla, la tua vista è offuscata. –

“Non vedo nulla perché è notte, il buio mi avvolge come un plaid e non c’è, in cielo, una stella che filtri la sua luce dal vetro, che possa illuminare il mio corpo.
Nuvole chiare di colore grigiastro offuscano il cielo.
Il buio della notte avvolge la mia casa, una volta luminosa, l’ampia camera matrimoniale, la porta bianca dietro la quale mi sono seduta, sul pavimento di mattonelle chiare e fredde, ripiegata sulle gambe che racchiudo con le mie braccia.
Assenza di rumori, intorno: la grande finestra che occupa la parete è chiusa, impedisce a qualsivoglia rumore di entrare dall’esterno, la quiete della notte m’impedisce di riconoscere qualcosa di familiare, di conosciuto.
La parete laterale dell’armadio di noce quattro stagioni contro il quale si appoggiano le mie spalle ha perso ormai il suo odore di legno nuovo e non permette neanche agli indumenti che contiene di emanare nessun profumo.
Aspiro a piena polmoni per cercare di annusare un po’ dell’aria familiare di questa stanza, perché io possa ritrovare ciò che conoscevo un tempo, un giorno.
Brividi, solo brividi. La mia pelle si ribella al freddo che proviene dall’interno del mio corpo, file di pori rilevati si sentono al tatto e i peletti si inalberano. Sembra una pelliccia. Muovo le mani e i piedi, cerco di appoggiare il mio volto ormai scarnito su qualcosa che mi appartenga. Apro e chiudo il pugno della mia mano sinistra dove sono due piccolissime, minuscole pilloline bianche. Le percepisco, le conosco, ma non le vedo. Anche loro sono mie compagne.
Sento solo le mie ginocchia appuntite e la pelle di marmo. Cerco allora qualcosa d’estraneo a me che faccia in modo essere tramite tra l’anima e la materia.
Un’emozione, una sensazione può far sì che il mio corpo diventi un’altra volta mio, confidenziale, intimo.
Alzo lo sguardo verso la maniglia nera della porta mi potrebbe sostenere nel rialzarmi perché io possa intraprendere il cammino del ritorno.
Il nulla mi avvolge e mi coinvolge. E il nulla è il buio. Il buio è il silenzio. Il silenzio è immobilità.
I brividi si fanno sentire ancora di più. Indolenzimenti e intorpidimenti mi arrivano dai miei poveri arti. E mi fa male, mi fa male dappertutto. Sembra che mi abbiano messa in un angolo della stanza per picchiarmi in tanti, come il sacco di un pugile, mi sento tutta rotta, dappertutto,.
All’altezza dello sterno poi un dolore si fa sentire più di tutti, è acuto, un dolore penetrante come quando da piccoli si faceva una corsa al di sopra delle nostre forze e ansando ci mettevamo entrambe le mani alla sinistra del corpo, all’altezza della milza. Mi manca il respiro.
Non poggio le mie mani sul mio petto, ma resto in ascolto di questo dolore, cadenzato dagli attimi lunghissimi che passano, senza che accada nulla.
Mi attacco a questa sensazione di dolore fisico sottile per sentirmi viva; il dolore, vigliacco, mi viene a fare compagnia.
Ora, non sono più sola: con il dolore comincerò e continuerò il mio cammino. Ma io sono ferma, immobile, ripiegata su me stessa, ancora seduta su quella mattonella quadrata, chiara e fredda. E’ immobile il mio cammino.
Apro lentamente il pugno della mia mano sinistra e con l’indice tocco ancora una volta le due pilloline che se ne stanno buone buone nel palmo.”

Torno al mondo reale, senza filtri, rabbrividendo per le gelide sensazioni rivissute in un attimo.

Gianna continua a muoversi per la cucina, si è messa in testa di fare una cena per il “gineceo” stasera: noi due e le nostre figlie adolescentissime.
Continua nel suo dire, mentre lava l’insalata: -Mi chiedo perché porti le lenti a contatto, a volte. Hanno una funzione?- – Stella, per tornare a piacerti, non devi far altro che parlare con Ili, che è una gran brava persona e che non merita di essere trattata così. Insomma o accetti la situazione per quella che è o la cambi. –
– Comincia la lavata di capo? – replico – devo ricordarti che sei un’insegnante d’asilo nido e non una lava teste? –
Non mi ascolta nemmeno e mi viene da sorridere.
– Stronza. – mi dice, pronuncia la parola a denti stretti seppur allargando la bocca in un sorriso – Rideresti di una persona che annega?– è tagliente il suo tono.

La guardo seria, dritta negli occhi, con aria di sfida
– Sto ridendo di me. Lo posso fare. –
– Non ti è permesso, cara – sussurra sottovoce, in modo aspro ma spiccio, avvicinando la bocca al mio orecchio mentre guadagna la stanza in direzione della porta.
Non ribatto, mi limito a continuare a guardare le sue spalle. Lei mi sente. Sa che mi ha ferito. Sa che reagirò.
Quella domanda me l’ero già fatta chissà quante volte.

Mi mostra i miei stati d’animo, Gianna e scopro di assomigliarle.

Non riesco a reagire allo stesso modo, ma c’è lei a cui non sfuggo.

E’ lo specchio sul quale le mie domande diventano fluorescenti, lampeggiano, si mostrano.

Ciò mi dà forza.

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I bravi

…. E poi ci sono i bravi. No, no, ragazzi, non quelli dei Promessi Sposi.
I bravi sono quelli che si credono sempre nel giusto: al momento giusto, nel posto giusto, con il vestito giusto, con il capello giusto, con la parola giusta, e via dicendo.
Quelli che ogni cosa al suo posto, e che ma noooo! Che dici? Non è così!, oppure quelli che ma non va bene, non si fa così, e che, infine, te lo dico io come si fa.
Insomma, quelli che si ergono a MODELLI DI VITA e che ti si pongono davanti come l’Esempio, che ti lasciano intendere di essere i Migliori, che lasciano sottintendere, ad ogni piè sospinto, di avere messo nella loro cassaforte del pensiero un misero pizzinno sul quale è trascritta la ricetta della vita, con strategie e piani alternativi per ogni fallimento momentaneo. Si narra che ce ne sia uno anche sull’uso di un detersivo al posto di un altro, per esempio.

Quelli che appartengono alla categoria dei bravi abitano in un quartiere a loro riservato che ospita l’antica e prestigiosa Via delle Certezze e la maestosa Piazza dell’Assoluta Verità.
Viaggiano sempre sul marciapiede e, quando li incontri, ti lasciano, o benevolmente ti spingono sotto, cosicché il loro sguardo possa partire dall’alto.
D’altra parte, i dodici\quindici centimetri di cemento lo consentono e, sebbene tu provi in vari modi, anche sudando per l’impegno e la fatica, ti impediranno di salire per guardarli negli occhi: è come se ci fosse, tra te e loro, una lastra di vetro.
Si illudono, poveretti, di farti sentire, letteralmente, una cacca, in realtà, tutti sappiamo che le cacche stanno anche e soprattutto sui marciapiedi (colpa, questa, non certo dei cani, ma piuttosto di umani maleducati). Di conseguenza, non hanno valutato, ahimè per loro, che smacco! che proprio sopra al marciapiede aumenta la probabilità di schiacciamento di cacche da parte di qualche pedone distratto.

Ecco, mi piacerebbe proprio chiedere a lor signori se hanno sentito mai il suono dello splash nel momento dello schiacciamento, ovvero quello della loro testa sotto la suola della scarpa o il cattivo odore che tal gesto emana (per referenze rivolgersi al proprietario della scarpa) o, ancora, vorrei che mi descrivessero la sensazione di smarrimento provocata dal liquefarsi della materia. Paradosso poi sarebbe se il proprietario della scarpa facesse causa per danno…
Sarebbe da ridere

Ilidia Comparini – La strega vera